Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha annunciato domenica scorsa lo stop — anche se solo momentaneo — alla guerra alla droga che da mesi insanguina le strade del paese asiatico. La decisione arriva in seguito alle rivelazioni sulla morte di un uomo d’affari sudcoreano rapito e ucciso ad ottobre del 2016 che coinvolgerebbero le famigerate unità speciali anti-droga della polizia filippina. Jee Ick-joo, manager dell’azienda sudcoreana di trasporti navali Hanjin, era stato sequestrato da tre membri di una squadra speciale anti-droga della polizia nazionale (Pnp) il 18 ottobre 2016 ad Angeles, poco lontano da Manila. Secondo le indagini condotte dall’agenzia d’intelligence nazionale, il National bureau of investigation, gli autori del sequestro hanno usato un falso mandato circa un’indagine per traffico di stupefacenti per convincere Jee a seguirli. L’uomo sarebbe stato strangolato poco dopo.

I sequestratori hanno però fatto credere alla famiglia che l’uomo era ancora in vita per ottenere un riscatto fissato inizialmente a 5 milioni di pesos filippini (circa 94mila euro). I tre si sarebbero infine serviti dell’aiuto di un ex poliziotto diventato operatore di un forno crematorio per disfarsi del corpo. Le ceneri di Jee sono state ritrovate dagli agenti della Nbi in una camera mortuaria in un sobborgo di Caloocan City, a un’ora e mezzo di macchina da Manila. I risultati delle indagini sono stati inviati a Seul lo scorso 17 gennaio. Lo scorso 26 gennaio, il presidente Duterte ha chiesto ufficialmente scusa per l’accaduto, annunciando pene della massima severità per i responsabili dell’omicidio.

Oltre a pesare sulle relazioni bilaterali con Seul, la storia getta ulteriori ombre sul leader filippino e sul modus operandi della polizia nazionale nella campagna anti-droga promossa dal governo. A maggio del 2016, prima di insediarsi al Malacanang, Duterte aveva giurato di reintrodurre, una volta in carica, la pena di morte e di dare ordine alle forze dell’ordine di “sparare per uccidere” contro sospetti criminali che si opponessero all’arresto, parole interpretate come un vero e proprio placet sugli omicidi extragiudiziari. Pochi mesi dopo, il presidente filippino si era attirato nuove critiche dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani per aver suggerito che gli stessi cittadini comuni si facessero giustizia da sé contro il crimine.

Le vittime di questa lotta indiscriminata sono principalmente piccoli spacciatori e tossicodipendenti, ma non sono stati risparmiati personaggi in vista come lo stesso Jee o Rolando Espinosa, sindaco di Albuera nella provincia centrale di Leyte. Le stime ad oggi parlano di oltre 7mila omicidi extra-giudiziari in meno di 8 mesi. Ora, anche se il suo tasso di approvazione rimane alle stelle, il governo è costretto a fare un passo indietro ordinando lo smantellamento delle unità speciali anti-droga. Senza mezze misure, Duterte ha infatti annunciato un repulisti nei ranghi della PNP accusata di “corruzione sistemica”. “Voi poliziotti siete i più corrotti. Siete corrotti fino al midollo. È nel vostro sistema”, ha detto. “Posso difendere voi, ma non le vostre bugie”.

Ma mentre il presidente dà la colpa alle “mele marce”, c’è chi, come il presidente della Camera dei rappresentanti Pantaleón Álvarez, chiede le dimissioni del capo della polizia filippina, Ronald “Bato” dela Rosa. Prontamente, Bato — “La Roccia” in tagalog, un fedelissimo dei Duterte, avendo lavorato dal 2012 come capo della polizia di Davao, Filippine centrali, nelle amministrazioni di Rodrigo e Sara Duterte, figlia e attuale sindaca della città — ha offerto le sue dimissioni verbali al presidente, sentendosi però rispondere un secco no. Toccherà infatti a lui gestire la purga dei corrotti. Lunedì nel corso di una conferenza stampa, il capo della Pnp ha annunciato che questo sarà un passo necessario verso la ripresa della guerra alla droga. Ma l’opposizione accusa: “Loro [Duterte e dela Rosa, ndr] sono al corrente del fatto che gli stessi uomini protagonisti delle operazioni anti-droga sono coinvolti in attività illecite”, ha accusato la senatrice Leila De Lima ai microfoni della tv locale Anc.

di Marco Zappa