Quando si parla di storie come quella di Bebe Vio, spesso si finisce per utilizzare tonnellate di retorica, di frasi fatte, di commiserazione, della serie “povera ragazza”. E invece no, povera ragazza un cavolo: Beatrice Vio detta Bebe, veneta di 19 anni, schermitrice, campionessa paralimpica e mondiale di fioretto, tutto è tranne che una “povera ragazza”.

Sì, ha avuto una grande sfortuna nella vita, questo è indubbio: a 11 anni, quando già praticava scherma da sei anni, fu colpita da meningite fulminante con necrosi di gambe e avambracci. Non c’era altra soluzione se non l’amputazione degli arti. Non uno. Tutti e quattro. Un trauma fisico e psicologico di non poco conto, certamente. Una grande sfortuna, è indubbio. Ma Beatrice non era stata vaccinata, perché quell’anno la vaccinazione era prevista per i bambini più piccoli. La più grave epidemia di meningite degli ultimi anni in Italia, dunque, ha privato degli arti una bambina di undici anni e ha regalato al nostro movimento sportivo una grande campionessa paralimpica.

Ma la tempra di Bebe Vio si è vista già pochi mesi dopo l’amputazione: subito a scuola, riabilitazione intensiva e senza sosta e un anno dopo la meningite, eccola di nuovo in pedana a tirare di fioretto. Senza gambe e senza braccia, sissignore, ma con ancora più grinta di prima. Negli anni ha vinto tutto quello che c’era da vincere, fino ai Giochi Paralimpici di Rio di quest’anno, dove Bebe era attesa assai, doveva vincere e ha vinto. Pressione zero. O almeno non l’ha sentita più di tanto.

Volessimo rifugiarci nei soliti luoghi comuni che in questi mesi hanno raccontato il “personaggio” Vio, avremmo l’imbarazzo della scelta. Ma per fortuna è stata proprio Bebe a usare l’autoironia per smontare il clima di compassione che stava pericolosamente cominciando a circondarla. Quella foto con Massimiliano Rosolino in cui usa la protesi del braccio come selfie stick è il manifesto di una ragazza che ha capito perfettamente che dalla “comfort zone” della ‘povera ragazza sfortunata’ si esce solo prendendosi poco sul serio, scherzando anche cinicamente su quello che le è successo. In una recente intervista a QN, Bebe ha spiegato che per lei quella foto non è niente di particolare: “È normale per me staccarmi qualcosa e darlo agli altri. Anche in classe, quando andavo a scuola, se c’era una lezione un po’ noiosa mi arrivava dal fondo una voce: Bebe mi passi il braccio che mi sto annoiando? E usavano le mie braccia per iniziare a giocare, a scrivere e tutto quanto”.

La spontanea simpatia di Beatrice ha contagiato persino l’uomo più potente della Terra, visto che, alla cena organizzata alla Casa Bianca per Matteo Renzi e la delegazione italiana in visita ufficiale, Bebe ha chiesto e ottenuto un buffo selfie nientemeno che con Barack Obama: “Non si potrebbe fare, ma non potevo farne a meno”, ha cinguettato felice su Twitter, come una diciannovenne qualsiasi che di colpo si trova a cena con il presidente degli Stati Uniti d’America.

E ha sopportato con il sorriso sulle labbra persino i vergognosi attacchi dei soliti webeti che, sempre nei giorni della visita americana, hanno cominciato ad attaccarla, accusandola di sfruttare la propria condizione, di ottenere visibilità e fama solo perché amputata. Stronzate di dimensioni colossali, perché Bebe Vio è diventata Bebe Vio non perché ha perso braccia e gambe, nossignore, ma perché è stata la prima schermitrice al mondo senza braccia e gambe e perché ha vinto un oro paralimpico battendo avversarie che si trovavano in condizioni fisiche meno gravi delle sue. Punto. Il resto è chiacchiericcio da social network, odio che genera odio ma che in questo caso nulla ha potuto contro il ciclone Bebe, l’atleta dal sorriso sulle labbra che pubblica sognante le foto di un abito splendido che avrebbe indossato a Washington e si stupisce con sincera genuinità delle magnifiche esperienze che si trova a vivere.

Forse è per questo che Bebe Vio ha stravinto il sondaggio di FQ Magazine per scegliere il personaggio femminile dell’anno (2163 voti, 49,55%), perché non vuole essere trattata da disabile, perché ha ripreso in mano (sì, in mano, l’allusione è assolutamente voluta) una vita che per altri sarebbe finita un minuto dopo l’amputazione e ne ha fatto un esempio di dedizione, forza di volontà, coraggio e autoironia.