I guai giudiziari di Baby Gang a volte finiscono con un’assoluzione. Come è capitato per le accuse di diffamazione e istigazione a delinquere: è stato invece condannato a una multa per trattamento illecito di dati personali. Si è chiuso così un altro processo a Milano a carico del trapper Baby Gang, 25 anni, all’anagrafe Zaccaria Mouhib, da anni protagonista delle cronache giudiziarie, in carcere per un’altra indagine e salito da tempo ai vertici delle classifiche di streaming, con milioni di follower e collaborazioni importanti. Lo scorso marzo dopo una condanna aveva detto: “Solo musica d’ora in poi”.
Il processo davanti alla VI penale, terminato in primo grado il 18 settembre, vedeva al centro una vicenda risalente al 2022. Secondo le imputazioni della Procura, il cantante aveva insultato, via social, una giornalista per un servizio andato in onda nella trasmissione ‘Fuori dal coro’. E aveva pubblicato pure il suo numero di telefono invitando i follower a insultarla. Nel servizio, ha fatto notare la difesa del trapper, con il legale Niccolò Vecchioni, veniva citata una rapina a Vignate, nel Milanese, “omettendo però di dire che per quella vicenda l’artista era stato scarcerato dal Riesame e che la richiesta di sorveglianza speciale era stata rigettata”. Da quell’accusa di rapina venne, poi, assolto.
Quando era uscito il servizio, Baby Gang, contattato dalla giornalista, che gli aveva lasciato il numero, per un’intervista da lui rifiutata, aveva pubblicato ‘storie’ sui social nelle quali invitava anche i suoi follower a insultare la giornalista, pubblicando pure il numero. Ed era partita una cosiddetta “shitstorm” contro la cronista. “La sentenza ci lascia molto soddisfatti perché lo assolve dalla diffamazione, applicando l’esimente della reciprocità delle offese e, quindi, riconoscendo sostanzialmente il carattere diffamatorio del servizio che aveva scatenato la reazione di Baby Gang”, ha spiegato l’avvocato Vecchioni. Assoluzione anche dall’istigazione a delinquere. La difesa aveva sostenuto, tra l’altro, che “non potesse essere finalizzata alla commissione di fatti ormai depenalizzati, come l’ingiuria”. Condanna per la violazione della privacy, per il numero pubblicato, a 2.700 euro di multa.