“Consob ha emesso un comunicato dove dice, nella sostanza: “Stiamo valutando se in banca vendono questi diamanti come prodotto da investimento”. Ecco, giusto venerdì a un suo cliente Banca Intesa di Roma ha consegnato questo depliant della Dpi con scritto: “Diamanti da investimento”. Allora perché il cliente non dovrebbe crederci? Allora cosa aspetta il placido Vegas?”. Così Milena Gabanelli, durante la puntata di Report del 28 novembre, è tornata ad attaccare il presidente della Consob, di cui a giugno aveva chiesto le dimissioni per la decisione di eliminare gli scenari probabilistici dai prospetti delle obbligazioni subordinate.

Stavolta al centro del caso su cui, secondo la conduttrice, l’authority è stata inerte, c’è appunto l’offerta ai clienti – da parte di Intesa Sanpaolo, Unicredit, MpsUbi , Bpm, Banco Popolare ma anche molte altre piccole popolari e casse di risparmio – di investire i loro risparmi acquistando diamanti. Senza però fornire prospetti informativi che consentano di valutare la convenienza e i rischi. E i diamanti vengono fatti pagare, secondo quanto ricostruito da Report, un prezzo doppio rispetto al valore di mercato fissato da Rapaport, il listino internazionale riconosciuto in tutto il mondo.

A vendere le pietre in collaborazione con gli istituti, come raccontato dalla trasmissione di Rai3 un mese fa, sono due società private: Idb Intermarket Diamond Business e Dpi Diamond Private Investment. Lunedì Report ha raccontato che dopo la precedente puntata, andata in onda il 17 ottobre, molti risparmiatori hanno cercato di rivendere i diamanti acquistati, anche rivolgendosi alle associazioni dei consumatori e ai gioiellieri, ma nessuno è riuscito a disinvestire. A controllare dovrebbe essere appunto la Consob, che però nel 2013 ha stabilito che le banche possono vendere diamanti senza l’obbligo di fornire ai clienti la garanzia del prospetto informativo. Eppure, alcuni mesi prima la Corte di Cassazione aveva analizzato il caso di un’altra società che proponeva un investimento in diamanti sancendo che in quel caso si trattava di prodotto finanziario e punendo quindi l’assenza del prospetto.

La vicenda ha anche un risvolto non secondario che coinvolge Il Sole 24 Ore: ogni trimestre, da anni, le società del settore pubblicano i prezzi sul quotidiano di Confindustria. Peccato che i prezzi riportati, a cui poi i loro siti fanno riferimento definendole “quotazioni” (come se si trattasse di valori negoziati su un listino) e attribuendole proprio al Sole, siano molto superiori a quelli di Rapaport. Il giornale, dopo la messa in onda del servizio, ha scritto a Report facendo sapere di aver “fatto presente a Dpi che la fonte non è il Sole 24 Ore” e ringraziando “per la segnalazione che ha consentito di intervenire su distorsioni di tipo informativo”. Il meccanismo però “va avanti da oltre dieci anni. Possibile che se siano accorti solo ora? E quanto hanno pagato Idb e Dpi al Sole 24 Ore per questa distorsione informativa?”, sono le domande del giornalista autore del servizio. “È un dato riservato che non intendiamo comunicare”, ha risposto Il Sole.