La vendita delle obbligazioni subordinate di Banca Etruria a clienti inconsapevoli del rischio ebbe dei mandanti e degli esecutori. Le vittime furono i correntisti, persuasi ad acquistarle nonostante si trattasse di un prodotto finanziario destinato a clienti istituzionali e rimasti a bocca asciutta dopo l’azzeramento disposto dal decreto Salva Banche. Ora la Procura di Arezzo, come riporta il Corriere della Sera, ha chiuso le indagini che preludono alla richiesta di rinvio a giudizio per trenta direttori di filiale. A tutti è contestata la truffa aggravata. Poi gli inquirenti si concentreranno sugli ex vertici dell’istituto di credito che nel 2013, quando la situazione patrimoniale era già critica, inviarono disposizioni affinché si cercasse di piazzare i bond al maggior numero possibile di piccoli risparmiatori.

Le indagini hanno fatto emergere che il management aveva imposto che quegli strumenti venissero presentati come sicuri, analoghi a titoli di Stato. Era stato il suicidio di Luigino D’Angelo, un pensionato di Civitavecchia che si era tolto la vita dopo il decreto “salvabanche” perdendo oltre 100mila euro, a far scattare l’indagine per truffa. Nella lettera d’addio alla moglie l’uomo aveva scritto di essere stato ingannato: “Denuncia il direttore e gli addetti ai titoli per comportamento scorretto, anzi, direi criminale…”.

Nel mirino degli inquirenti, scrive il quotidiano di via Solferino, anche i due funzionari che ordinarono di piazzare quei titoli a tutti i costi, anche a risparmiatori che per livello di istruzione, professione e obiettivi dell’investimento non avrebbero dovuto averli in portafoglio. Secondo la procura le pressioni partivano dall’alto, cioè dal consiglio di amministrazione guidato dall’ex presidente Giuseppe Fornasari affiancato dal vicepresidente Lorenzo Rosi, entrambi indagati per bancarotta fraudolenta, e dal direttore generale Luca Bronchi. Il tutto avveniva in una fase in cui l’istituto, stando alla relazione del commissario liquidatore Giuseppe Santoni, era già in una “situazione irreparabile“. A confermare la modalità di pressione da parte dei funzionari sono stati gli stessi direttori di filiale indagati durante l’interrogatorio, ma poiché hanno mostrato di essere consapevoli del danno provocato ai clienti per loro è scattato, come prevede la legge, il concorso nello stesso reato. Avrebbero potuto rifiutarsi, secondo la Procura.

In qualche caso il cliente è stato persuaso ad abbandonare un investimento più sicuro, a capitale garantito, sostituendolo con le obbligazioni subordinate. Le indagini della Guardia di Finanza hanno poi accertato che sono stati commessi anche dei falsi: nei profili personali dei clienti sono state inserite indicazioni non veritiere sul titolo di studio, professione, età di chi accettava. Falsificato anche un altro dato importantissimo: il rapporto percentuale tra i soldi investiti e le disponibilità dell’investitore. Proprio per nascondere gli altissimi rischi a cui venivano sottoposti inconsapevolmente i clienti retail, in molti casi veniva indicato che il risparmiatore aveva destinato all’investimento in bond il 15% del proprio patrimonio anziché l’80, o addirittura il 90% reale.

L’inchiesta potrebbe arricchirsi anche di un nuovo capitolo. Dieci giorni fa l’associazione Vittime del Salva-Banche e l’Associazione Amici di Banca Etruria avevano presentato un nuovo esposto contro gli ex vertice dell’istituto in cui si si evidenziava “un ipotetico dolo nella modalità di emissione di obbligazioni subordinate Banca Etruria del 2013, finalizzato a vendere in maniera capillare tali rischiosi prodotti finanziari ai piccoli risparmiatori”. Nel 2013 infatti “il cda della vecchia Banca Etruria decide di emettere e collocare in maniera granulare presso i propri correntisti un importo di obbligazioni subordinate pari a 110 milioni; cifra anomala per una banca di piccole dimensioni – sostengono le associazioni -. La prima anomalia è che i tassi di interesse nel collocamento delle due obbligazioni subordinate non sono assolutamente commisurati al rischio. Il rendimento di tali obbligazioni subordinate era infatti addirittura inferiore a quello di un titolo di Stato di conseguenza è mancata la percezione del rischio da parte dei risparmiatori”.

In serata il procuratore di Arezzo Roberto Rossi ha diffuso una nota che spiega: “Con riferimento alle notizie di stampa pubblicate oggi circa gli avvisi di chiusura indagine per truffa ai danni dei sottoscrittori di obbligazioni subordinate di Banca Etruria, questo ufficio tiene a precisare che le notifiche hanno cominciato a essere inviate già nei mesi di maggio e giugno come ampiamente riportato all’epoca dai mezzi di informazione. Quanto agli sviluppi futuri delle indagini, questo ufficio seguiterà a regolarsi in conformità alle disposizioni sul segreto istruttorio e l’unica cosa che possiamo dire è che le indagini proseguono con la massima decisione e determinazione”, conclude il procuratore titolare delle inchieste su Banca Etruria”.