In America basta citare 9/11 e tutti pensano immediatamente alle stragi dell’11 settembre 2001 quando l’attacco ordito da Osama Bin Laden alle Torri Gemelle e al Pentagono provocò agli americani diverse migliaia tra morti e feriti. L’inversione della data tra giorno e mese (in America il giorno si scrive dopo il mese) induce molti americani a vedere l’ 11/9 (per loro è il nove novembre) con una analogia preoccupante.

Probabilmente non sono gli stessi americani che hanno deciso di dare fiducia a Donald Trump assegnandogli il loro voto per governare l’America i prossimi 4 anni, ma ha comunque per molti la valenza di un presagio funesto. E io penso che ce ne siano buone ragioni, perché al di là del corrente rito formale degli auguri che tutti i capi di Stato e di governo si sono affrettati a dare al nuovo inquilino della Casa Bianca (che assumerà la carica a metà gennaio) è difficile dimenticare di colpo che fino a ieri Trump è stato, con poche eccezioni, considerato da tutti i leader del mondo una specie di fenomeno da baraccone (un Trumpusconi) destinato a fermarsi presto.

Ma lui ha spiazzato tutti perché ha puntato tutte le sue carte sul gradimento di chi deve esprimere il voto popolare invece che su quello di chi rappresenta l’establishment. E’ la tipica strategia dei populisti: fiutare l’umore e i desideri, anche nascosti, del popolo e assecondarli facendo ogni promessa utile a far credere che da presidente potrà realizzare ogni cosa. Che lui potesse incredibilmente vincere la poltrona più importante del mondo con questa semplice ricetta l’avevo previsto e temuto, ma non è una soddisfazione.

Trattandosi di americani, naturalmente, lui ha potuto (e dovuto) condire questa ricetta anche con una buona dose di nazionalismo per illudere che, con lui alla Casa Bianca, l’America tornerà a comandare a ogni latitudine. In realtà dal dopoguerra in poi non ha mai smesso di farlo anche se, gradualmente, ha usato sempre di più la forza globale finanziaria che le armi. Ma il popolo degli Stati rurali e quello a basso reddito queste cose non è in grado di valutarle, anche se valuta perfettamente, in modo più istintivo che tecnico, che dagli anni 90 in poi il ceto medio americano ha smesso di crescere, e dopo il 2008, con una globalizzazione che ha cominciato a galoppare sempre più forte, ha innestato addirittura un’insopportabile retromarcia.

La politica che i repubblicani hanno fatto per tutti gli otto anni della presidenza Obama è stata quella di totale interdizione su ogni iniziativa dei democratici. Il fatto che per quasi tutti gli otto anni (salvo i primi due) Obama si è trovato nella scomoda posizione di presidente “anatra zoppa”, cioè senza maggioranza in una o in entrambe le Camere del Congresso, ha reso praticamente impossibile a Obama (salvo l’appoggio della Banca Centrale per la lotta alla disoccupazione) fare le riforme necessarie, soprattutto in campo finanziario, per recuperare equilibrio sociale nella distribuzione dei redditi. A questo punti di debolezza dei democratici si sono aggiunti gli errori fatti nella politica estera della Clinton quando era Segretario di Stato.

Dato che tutte queste cose, ingigantite dalla campagna mediatica del lunghissimo confronto nelle primarie, ha reso intensamente sgradevole all’elettorato non solo il governo dei democratici ma anche l’inadeguata attività legislativa dei repubblicani, ne è emersa una miscela esplosiva verso i due partiti tradizionali che Trump ha opportunisticamente intercettato a perfezione creando le condizioni ideali per la sua personalissima vittoria elettorale.

Non si può infatti non considerare che Trump, pur essendosi candidato tra i repubblicani, è sempre stato totalmente estraneo alla vita e all’ideologia di quel partito e ha sempre vinto, anche contro gli altri candidati repubblicani delle primarie, con lo stesso messaggio populista usato nel confronto finale con la Clinton.

Questo rende pero Trump a sua volta “anatra zoppa” perché lui potrà governare agevolmente solo l’ordinaria amministrazione, ma per mantenere le promesse fatte gli occorrerà anche l’appoggio istituzionale che non ha in nessuno dei due rami del Congresso, quindi difficilmente potrà mantenerle. Trump è un isolato, lui avrà meno potere dell’anatra zoppa. Sarà proprio un “canarino in gabbia” circondato da democratici che gli bocceranno tutto e da repubblicani che faranno passare solo quello che piacerà a loro.

Ci si accorgerà presto perciò che questa magnifica vittoria democratica del popolo contro l’onnipotenza dei partiti si rivelerà, come succede sempre quando un populista si impone basando il suo programma sulle chiacchiere, le promesse e le facili critiche a chi ha ricoperto incarichi in precedenza, nella ennesima bolla di sapone che scoppia senza aver risolto nessun problema e anzi lasciandone sempre di più in eredità al popolo che lo ha eletto. Tra 4 anni avrà meno gradimento di Bush-2 nel novembre 2008.

Se poi dovesse davvero riuscire a fare alcune di quelle cose pericolose che ha promesso di fare, più allo scopo di esaltare il suo decisionismo che a seguito di una valutazione adeguata, il risultato sarà ben più grave della semplice delusione dei suoi elettori.