Il “socialista” Bernie Sanders, pur avendo perso il confronto con la Clinton per le primarie del partito democratico nelle elezioni presidenziali americane, ha scritto per il New York Times pochi giorni fa un interessante articolo, “Democrats need to Wake-up” (I democratici devono svegliarsi), al quale, in Italia, pochi media hanno dato la giusta attenzione, considerando ormai Sanders fuori dal “grande gioco” per la presidenza.

E’ vero, lui non può più ribaltare l’esito delle primarie, anche perché la Clinton è ampiamente preferita dall’establishment democratico rispetto a lui e, tutto sommato, anche dagli avversari repubblicani rispetto a Trump, l’altro trionfatore delle primarie, il cui populismo opportunista ha, per l’establishment repubblicano, la stessa attrattiva del fumo negli occhi per ciascuno di noi (è lo stesso direttore Alan Murray a dirlo nel suo editoriale del 15 giugno sul magazine “Fortune”).

Ma non è delle elezioni americane che qui voglio parlare, bensì del messaggio forte che Sanders ha lasciato ai suoi sostenitori e a tutto il popolo, non solo americano, circa l’evoluzione della politica e gli effetti dell’economia globale.

Nell’articolo lui parte da una constatazione che è ormai di dominio pubblico in tutti i media delle economie sviluppate: “The top 1 percent now owns more wealth than the whole of the bottom 99 percent” (l’1% dei più ricchi dispone di maggiore ricchezza che l’intero 99% sottostante). E subito dopo si chiede come sia possibile che così pochi ultra-ricchi possano godersi tanta “lussuria” mentre per miliardi di persone persista la povertà, la disoccupazione, insieme all’indisponibilità di cure mediche, di un sistema scolastico equo, di abitazioni adeguate e persino di cibo e acqua.

Sembra di essere tornati ai temi sociali del secolo scorso, quando la povertà estrema del cosiddetto “terzo mondo” commuoveva milioni di persone dei paesi occidentali benestanti convincendoli a privarsi almeno di un poco per darlo ai più bisognosi.

Ma Sanders, che nei suoi viaggi per la campagna presidenziale ha visitato 46 Stati Usa (su 50) e ha visto direttamente sul territorio una realtà che normalmente non emerge nei notiziari televisivi, non sta guardando indietro, lui guarda avanti e avverte:Could this rejection of the current form of the global economy happen in the United States? You bet it could” (Può questo effetto di ritorno della globalizzazione davvero accadere qui, negli Stati Uniti d’America? Potete scommetterci, può!).

Ed ha proprio ragione, posso confermarlo anch’io dopo 20 anni circa di residenza negli Usa: nonostante che la “Grande Recessione”, iniziata nel 2007, sia ormai soltanto un brutto ricordo negli Usa, le sacche di povertà non sono svanite. Nonostante le perdite della Borsa siano state ampiamente recuperate e il sistema delle imprese abbia conosciuto negli ultimi quindici anni (malgrado due grandi recessioni) un miracolo economico senza precedenti, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è tuttora l’unico fenomeno economico e sociale che cresce imperterrito.

Nella ricchissima America che ha già superato brillantemente la crisi (al contrario dell’Europa che non ce la fa proprio ad uscirne) pochi ricchissimi ridono mentre il popolo, in proporzione sempre maggiore, piange!

E’ sempre Sanders a dire: “Despite major increases in productivity, the median male worker in America today is making $726 dollars less than he did in 1973, while the median female worker is making $1,154 less than she did in 2007, after adjusting for inflation. Nearly 47 million Americans live in poverty” (Nonostante l’elevata crescita della produttività, il lavoratore mediano americano guadagna oggi 726 dollari in meno che nel 1973. E per le femmine il disavanzo sale a 1154 dollari rispetto al 2007. Ancora oggi circa 47 milioni di americani vivono in povertà).

Let’s be clear. The global economy is not working for the majority of people in our country and the world. This is an economic model developed by the economic elite to benefit the economic elite. We need real change” (Parliamoci chiaro: la globalizzazione non opera in favore della maggioranza della popolazione, questo modello economico è stato sviluppato dalle elite per le elite. Occorre un reale cambiamento).

Poi Sanders prosegue dicendo che non serve l’iper-nazionalsmo di certi partiti o politici, serve un presidente che lavori davvero per realizzare le conquiste democratiche per il popolo, non per Wall Street o per le imprese farmaceutiche o per gli altri grandi interessi privati. Occorre anche rigettare risolutamente le grandi politiche del “Free Trade” (N.a.f.t.a., T.p.p., T.t.i.p., ecc.) e adottare invece il “Fear Trade” (il commercio buono, ovvero quello che favorisce la produzione locale e l’esportazione dei prodotti, non l’inverso). Perché i lavoratori americani non debbano competere contro lavoratori all’estero pagati pochi centesimi all’ora.

E continua dicendo che è indispensabile combattere l’evasione e l’elusione fiscale che consente alle grandi multinazionali di evadere o eludere il pagamento delle tasse, unico guadagno che potrebbe venire alle economie forti dalla globalizzazione del lavoro.

E molte altre vere riforme, solo accennate nell’articolo, egli propone a beneficio dei popoli.

Eppure tutto questo ancora non basta a vincere le barriere che l’establishment di destra e di sinistra americani, fiancheggiati contro di lui dal campione mondiale dei populisti moderni (Trump), hanno eretto per sconfiggere colui che sarebbe stato per loro il più pericoloso competitore.

Sanders conclude con quello che è il suo testamento politico e che purtroppo non potrà essere lui a gestire nelle vesti di presidente: “We must create national and global economies that work for all, not just a handful of billionaires” (Noi dobbiamo creare economie nazionali e globali che lavorino per tutti, non soltanto per una manciata di miliardari).