Islamofobo, populista e amico di Putin. Sono le caratteristiche di Trump che più sono evidenziate dai commentatori della stampa araba. Secondo alcuni, il nuovo inquilino della Casa Bianca è, paradossalmente, fonte di speranza: la simpatia reciproca tra lui e il leader del Cremlino potrebbe infatti avere effetti di distensione nell’area mediorientale.

“Trump piace a Vladimir Putin e questo non è un demerito, né un peccato” scrive sulle colonne di Rai al Youm, sito web panarabo, Abdel al Bari Atun. “È un razzista, destrorso, disprezza e molesta le donne, odia l’islam e i musulmani, vuole chiudere il confine con il Messico e l’america latina? E’ una sorpresa? Questo – dice Atun – non è ciò che è arrivato a noi attraverso i carri armati i missili e l’ucciso di milioni di noi”. Antun si domanda ironico se “la Clinton avrebbe amato i musulmani?”.

Il giornalista invita a cambiare prospettiva.“Perché non vedere il bicchiere mezzo pieno, pensando in una maniera differente. Guardiamo a questa simpatia come un legame che può portare al dialogo e al coordinamento tra le due super potenze in diverse questioni, come i conflitti in medioriente” propone Atun. “Non è più importante che i rapporti fra i due presidenti siano distesi, anziché una guerra fredda o calda? Abbiamo dimenticato che ogni guerra tra di loro sarebbe combattuta sul nostro territorio e le vittime sono i nostri figli e la nostra gente?” conclude.

Scettico è il quotidiano egiziano al Ahram che sottolinea come saranno evidenti le difficoltà di trattativa con gli Usa, a prescindere da quale candidato sia eletto. “Questo, scrive il quotidiano egiziano, nonostante la presidenza Obama sia stata caratterizzata da un ruolo ridotto durante le ultime crisi in Medio Oriente, anche se è evidente che ha compiuto molti errori, alcuni giudicati come ‘crimini’”.

Ma l’islamofobia di Trump fa paura, e potrebbe avere conseguenze nefaste, se non rimanesse relegata al solo al periodo della campagna elettorale. Khaled A Beydoun, professore associato di legge all’Università di Detroit, scrive un commento amaro su al Jazeera English: “Ho guardato la maratona elettorale a fianco di 200 musulmani americani a Dearborn, Michigan – località con la più grande comunità musulmana americana del paese. La paura era palpabile. Quando è arrivato il risultato c’erano adulti che piangevano. Si profila un domani cupo, e il divario tra musulmani e americani sembra più forte che mai. L’islamofobia ha vinto clamorosamente questa stasera: al posto del primo presidente donna, gli Stati Uniti hanno avuto il suo primo presidente islamofobico” aggiunge Beydoun. “Un sondaggio NBC, condotto nel dicembre 2015, ha rilevato che il 25% degli americani sostenevano la visione di Trump sull’islam” spiega Beydoun. E conclude: “Trump ha vinto perché è stato disposto, sfrontatamente, a usare un linguaggio islamofobico che i suoi colleghi repubblicani e predecessori non sarebbero mai riusciti ad adoperare”.

L’islamofobia e le scelte del nuovo presidente Usa potrebbero derivare dalla sua incapacità di analisi delle problematiche mondiali e da una società impaurita dai problemi economici, che sceglie l’isolazionismo al confronto con ciò che è lontano. “Come il suo predecessore Barack Obama – scrive Mohamed Chebarro su al Arabya English, Trump non sarà in grado di capire un mondo che ha molte linee di frattura, maturate dalla caduta del Muro di Berlino. L’elettorato – conclude Chebarro, scegliendo Trump, ha scelto di dire no all’establishment americano, no alla fede, sì alla paura economica e sì al populismo”.

Per la candidata sconfitta, Hillary Clinton, c’è chi immagina un futuro diplomatico. Sul quotidiano saudita al Ryad, Abdallah Musi al Teyar commenta: “Se Hillary Clinton non arriverà alla Casa Bianca lavorerà molto con i paesi dove ci sono monarchie, dialogando con tutti e accettando le sfide dove sono in corso cambiamenti. Questo grazie al suo realismo politico. Mentre Trump ha due colori: il bianco e il nero. Per questo può essere una maledizione o una benedizione” conclude al Teyar.