Ha vinto a sorpresa, contro ogni pronostico, spiazzando Wall Street che aveva puntato “sull’usato sicuro” rappresentato da Hillary Clinton e dalla sua garanzia di continuità politica con l’amministrazione Obama. La vittoria di Donald Trump, candidato repubblicano sui generis, inviso al partito repubblicano e a praticamente tutto l’establishment statunitense, ha davvero il sapore di una Brexit in salsa americana. Non solo perché ha preso in contropiede i mercati, che nella notte hanno iniziato a scivolare man mano che si materializzava lo spettro di una sua vittoria, ma anche perché ha vinto il candidato che esprime le posizioni più isolazioniste degli ultimi cinquant’anni sotto il profilo dell’economia e del commercio internazionale. Il candidato che in campagna elettorale ha ribadito in tutte le salse non solo la sua contrarietà al Ttip, il trattato di libero scambio con l’Europa che è tutt’ora in fase di negoziazione, ma anche la volontà di rimettere in discussione gli accordi già firmati come il Nafta e il Tpp.

La vittoria di Trump è dunque una doccia fredda per i mercati (almeno nell’immediato, con le borse negative in tutto il mondo) ed è altamente probabile che anche Wall Street reagisca male alla notizia alla riapertura delle contrattazioni. Diversi analisti valutano che l’impatto della sua nomina sulla Borsa si possa tradurre in una correzione del 3-6%, qualcuno si è spinto addirittura a dire dell’8-10%. Ma sarebbe sbagliato pensare che la reazione immediata della Borsa possa dare una misura dell’impatto atteso sull’economia delle politiche della nuova amministrazione: si tratta di una reazione emotiva, in questo caso dettata dal timore dell’ignoto. Trump è un personaggio controverso e imprevedibile, è un populista. Non è un politico, non ha esperienza e, in generale, le sue ricette non paiono in molti casi adeguate al governo di una grande potenza mondiale. Naturale quindi che i mercati reagiscano male.

Statistiche alla mano, però, si può dire che in meno del 50% dei casi l’andamento degli indici di Borsa nel giorno successivo all’elezione del presidente degli Stati Uniti è stato rappresentativo del trend imboccato da Wall Street nei 12 mesi successivi. E occorre anche sottolineare che la vittoria di Trump è una vittoria piena: oltre alla presidenza i repubblicani mantengono la maggioranza alla Camera e conquistano il Senato. In queste condizioni il sostegno alle sue politiche è assicurato, al netto dei problemi di bilancio e dei dissensi in seno al partito. Una situazione opposta a quella che verosimilmente avrebbe incontrato la Clinton se fosse stata eletta.

Trump arriva alla Casa Bianca forte di una leadership piena e raccoglie in eredità un Paese che si è rimesso in carreggiata dopo la tremenda crisi finanziaria del 2007-2009, con un’economia in moderata crescita, una disoccupazione ridotta ai minimi termini e Wall Street ai massimi storici. Un’eredità da maneggiare con cura, perché l’economia sta dando i primi segnali di surriscaldamento, tanto che a dicembre la Federal Reserve dovrebbe decidere l’atteso rialzo di un quarto di punto dei tassi d’interesse, preludio di una graduale inversione di tendenza della politica monetaria. E a preoccupare gli analisti è anche (se non soprattutto) l’ultima ondata di dati trimestrali che ha segnato un sostanziale rallentamento degli utili societari a fronte di una ripresa generalizzata della dinamica salariale. Stipendi più alti stimolano i consumi interni e dunque contribuiscono alla crescita dell’economia, ma dall’altro lato erodono i profitti aziendali. Il combinato disposto tra crescita dei tassi d’interesse e contrazione degli utili potrebbe dunque innescare a breve una decisa correzione sui mercati statunitensi che – come detto – sono da tempo ai massimi storici. In questo quadro delicato, che richiede un attento fine tuning per evitare di soffocare la crescita economica, l’arrivo di Trump rischia di essere dirompente, ma non necessariamente in senso negativo.

Le sue ricette di politica economica, ricette dalla forte impronta reaganiana, potrebbero avere a medio termine un effetto benefico sulla crescita, anche se nel lungo periodo possono creare gravi squilibri nei conti pubblici. Discorso che vale in particolare per la drastica riduzione delle aliquote fiscali promessa in campagna elettorale: dal 39,6 al 33% la massima aliquota individuale e, soprattutto, il taglio dal 35 al 15% delle tasse alle imprese. Una mossa che, secondo le stime del Tax Policy Center, potrebbe costare 7.200 miliardi di dollari in termini di minori entrate nei primi 10 anni e fino a 21.000 miliardi nei successivi 10 anni.

Un forte impatto sulla crescita potrebbe averlo anche il piano di investimenti in infrastrutture che da solo potrebbe valere oltre 500 miliardi di dollari l’anno. La necessità di rilanciare gli investimenti infrastrutturali era un punto in comune nei programmi di Trump e della Clinton, ma la differenza sta nel come finanziarli. Mentre la candidata democratica ipotizzava un incremento della tassazione a carico dei cittadini più abbienti e dei profitti aziendali parcheggiati all’estero, Trump ha promesso tagli alle spese federali, riduzione degli sprechi e il lancio sul mercato di emissioni obbligazionarie ad hoc. Come ulteriore stimolo, in campagna elettorale il neopresidente ha promesso una forte deregulation in molti settori, dalla finanza all’ambiente, con l’obiettivo di mettere il propulsore alla crescita, portandola dall’attuale 2% al 4% annuo. Quanto poi Trump possa realizzare queste promesse è tutto da vedere, ma nell’arco di qualche anno l’impatto teorico del pacchetto sull’economia Usa può essere significativo, anche se al prezzo di un netto peggioramento delle condizioni materiali degli americani più poveri (tra le prime cose a saltare ci sarà l’Obama care, cioè il programma di assistenza sanitaria ai più bisognosi) e delle condizioni dell’ambiente, specie se verranno cancellate le attuali normative sulle emissioni.

Un aspetto delicato della presidenza Trump sarà quello delle relazioni internazionali, in particolare in ambito commerciale. La volontà dichiarata di rinegoziare i trattati può avere ripercussioni non banali sulle imprese americane e sulla loro possibilità di accedere ai mercati qualora l’alzata di scudi isolazionista finisca con il concretizzarsi davvero, anche se pare altamente improbabile soprattutto per via del peso delle grandi lobby industriali e finanziarie che si opporrebbero con forza a mosse per loro penalizzanti. In realtà, superato lo shock iniziale della vittoria a sorpresa di Trump, occorrerà vedere quale equilibrio si creerà nei prossimi mesi con i grandi attori economici. Se è possibile che a medio termine l’economia americana tragga beneficio dal programma del nuovo presidente, è molto più incerta invece la ricaduta che queste elezioni possono avere sull’Europa e la sua economia ed è sicuro che non è una buona notizia per i Paesi emergenti, a partire ovviamente dal Messico la cui valuta ha già iniziato a subire i contraccolpi della vittoria di Trump.