Chissà cosa pensa Lenny Belardo, il Pio XIII interpretato da Jude Law in The Young Pope, della masturbazione. Probabilmente la considera un peccato grave, visto che a quanto pare il giovane pontefice americano ha una visione decisamente severa e stretta sui peccati umani. Dite: perché la recensione dell’attesa serie di Paolo Sorrentino, in onda da ieri sera su Sky Atlantic, comincia con un accenno alla masturbazione? Semplicemente perché la agguerrita minoranza di critici feroci delle opere del regista napoletano usano spesso il parallelismo tra i suoi film e un atto di autoerotismo cinematografico, un esercizio di stile autoreferenziale. Una sega intellettuale, giusto per dare il nome giusto alle cose. Ecco, se i primi due episodi di The Young Pope sono davvero un inno all’onanismo, allora supplichiamo Sky, in ginocchio, di lanciare un canale tematico che trasmetta “seghe” simili 24 ore su 24 ore. Perché quello che Sorrentino ha fatto con The Young Pope è una rivoluzione copernicana nel mondo delle serialità televisiva.

In Italia, ovviamente, ma qui vince facile, visto che a parte Gomorra, Romanzo Criminale e qualche rara eccezione made in Rai, siamo ancora fermi a santi, preti e medici. Qui la svolta è globale, altro che italiana, perché se è vero che le serie tv stanno vivendo una golden age che pare destinata a durare ancora a lungo, è altrettanto innegabile che un prodotto così coraggioso, inusuale, ben scritto e magistralmente interpretato, è merce rarissima anche oltreoceano.

La forza di The Young Pope sta nella coerenza maniacale di Paolo Sorrentino, nella volontà irrinunciabile di non cambiare estetica solo perché si è cambiato mezzo. C’è tutto il “sorrentinismo”, in questo affresco grottesco, lento ma mai noioso, esteticamente impeccabile ma anche pregno di contenuti, pieno zeppo di dialoghi in cui riconosci subito il tocco del regista napoletano e in cui ogni parola sta dove deve stare, ballando con studiata leggiadria tra mondi diversi, all’apparenza distinti e distanti.

Una parte cospicua del merito di questo capolavoro televisivo, poi, va a un cast di prima grandezza: Jude Law, nella parte di Pio XIII, è disturbante, freddo eppure intriso di fragilità, arrogante, iconoclasta ma paradossalmente in chiave conservatrice, feroce, cinico, senza scrupoli, pieno di sé fino alla megalomania più sfrenata. E l’interpretazione dell’attore britannico è sontuosa, totalizzante.
Di Diane Keaton imbarazza persino parlare, visto che il suo talento lo conosciamo ormai da decenni. Nei panni di Suor Mary, ombra del Papa nonché suo mentore sin dall’infanzia, l’attrice americana è semplicemente perfetta. E visto che il talento è quello di sempre, consigliamo di soffermarsi sulle rughe, sulle tante rughe del suo volte. Quelle rughe dicono moltissimo dell’attrice e della donna, raccontano più di un dialogo in scena, esaltano ancora di più una prova d’attrice che lascia senza fiato.

Per una volta, però, inglesi e americani devono fare un passo indietro, visto che la vera star di The Young Pope è un monumentale Silvio Orlando nei panni del cardinale Voiello. L’attore napoletano recita in inglese, peraltro in un inglese efficacissimo e pieno di sfumature, senza perdere nemmeno un briciolo di quanto ci ha già mostrato in tanti anni di carriera. Quando è in scena lui, gli altri scompaiono. Anche se si chiamano Jude Law o Diane Keaton. Della trama, considerando che non tutti sono abbonati a Sky, cerchiamo di non rivelare troppo. Vi basti sapere che il giovane papa è tutt’altro che innovatore e che dai prossimi episodi, probabilmente, la Santa Romana Chiesa dovrà fare i conti con un tipo per nulla facile da gestire.

Che siate sorrentiniani o no, dovreste comunque farvi un favore e guardare la serie. Perché è uno spartiacque, perché resterà nella storia della serialità televisiva italiana e non solo, perché rappresenta una scommessa per nulla facile, anche un po’ incosciente, da parte dei produttori Wildside, Haut et Court Tv e Mediapro, da parte di Sky, HBO e Canal+, di Sorrentino stesso. Scommessa vinta, in realtà, sin da quando il prodotto è stato venduto in oltre 80 paesi. Ma che adesso passa all’incasso con la messa in onda, con le discussioni sui social, con le critiche (positive o negative, importa poco), con le frasi di Lenny Belardo o del cardinal Voiello che diventano meme o gif. Con tutto quel meccanismo che segna, ai tempi dei social network, il successo di una serie televisiva. Non dimentichiamo, però, che non si tratta solo di un “prodotto” di successo. È una magnifica opera d’arte. A tratti difficile, che in alcuni brevi momenti va “sopportata”. Ma ne vale la pena, visto che poi esplode in momenti coinvolgenti e sconvolgenti, come il finale del secondo episodio. Insomma, anche se The Young Pope fosse davvero masturbazione intellettuale, sarebbe comunque una signora “sega”, di quelle che meritano una standing ovation alla fine.