E bravo Renzi! Pochi mesi fa si illudeva ancora che sarebbe stato ricordato nella storia d’Italia come il grande riformatore italiano che ha risolto tutti i problemi e rilanciato il suo Paese tra i grandi del mondo. Invece finirà tra non molto per essere ricordato come il segretario del Partito democratico italiano che, nell’ansia di rottamare ogni cosa da lui ritenuta inutile, ha rottamato invece (spaccandolo) proprio il suo storico partito, e proprio quando, anche grazie a lui, era arrivato finalmente a conquistare una stabile posizione di maggioranza nel nostro parlamento.

“Chi troppo vuole, nulla stringe” dice un vecchio e saggio proverbio (ridicolo, forse voleva rottamare anche quello). Già, perché, vinca il Sì o vinca il No al prossimo referendum, solo una cosa è certa: che la divisione nel suo partito sarà così profonda e indelebile da spaccarlo. E che pertanto nelle prossime elezioni (2017 o 2018 cambierà poco sotto questo profilo) il Partito democratico non solo non riuscirà più ad arrivare primo, ma difficilmente potrà arrivare anche solo secondo, perché lui, mettendo se stesso nella posizione di “gran gufo dem”, in precedenza detenuto a pari merito da D’Alema e Veltroni, da solo sta riuscendo a ricompattare non solo le “destre” finalmente orfane di Berlusconi, ma anche i 5 Stelle, attualmente sofferenti nel tentativo di superare le “sabbie mobili” di Roma.

Anche se riuscisse a portare alla vittoria il Sì nel referendum, lui non potrà contare solo sul suo Italicum (ammesso e non concesso che superi il vaglio della Corte Costituzionale) per sperare di vincere le prossime elezioni. La gente che gli ha voltato le spalle nelle recenti elezioni amministrative non potrà certo essere riconquistata con le frescacce contenute nella riforma costituzionale che, lo vedono anche i bambini, serve solo a demolire un “bicameralismo perfetto” per sostituirlo con una “partitocrazia perfetta”.

Grazie alla sua riforma infatti gli elettori verranno sempre più raramente chiamati a esprimere il loro volere. Non solo, ma persino nelle poche occasioni che verranno chiamati a farlo, loro avranno solo il diritto di scegliere quella parte di candidati di serie B che i capi partito hanno messo in fondo alla lista, quindi con minori probabilità di venire eletti. Così potranno tornare a casa convinti di essere liberi, contare ancora qualcosa e vivere in una democrazia (di cui rimarrà però soltanto la facciata).

La smania di vincere a tutti i costi tuttavia rende Renzi sordo a ogni insegnamento e avvertimento. Ora si comporta come quei giocatori che davvero credono di vincere sempre semplicemente alzando la posta.

Ha perso di brutto le elezioni amministrative, ma ha dovuto intervenire il suo emerito “nume tutelare” a fargli capire che, dicendo che in caso di sconfitta nel referendum avrebbe persino abbandonato la politica attiva, aveva esagerato.  Niente da fare. Molto più tardi ha fatto sì retromarcia su quello sciocco azzardo tipico degli sbruffoni (purtroppo per lui ri-mettendoci la faccia) ma nel tentativo di recuperare terreno ha dato via libera all’occupazione mediatica di tutti i canali Rai d’informazione e ai molti giornali “amici” per fare bombardamento a tappeto con i suoi slogan pro sostegno al Sì. E non si è nemmeno limitato alla sola propaganda.

Ora sta usando persino i suoi poteri istituzionali per spendere soldi a quello scopo. Nella recentissima manovra finanziaria ha infatti inserito una quantità enorme di spese grandi e piccole che hanno chiaramente lo scopo di dare semplicemente un “contentino” ai molti elettori che presto si recheranno alle urne. Sono così saltate fuori le quattordicesime per i pensionati poveri, un bonus per i migranti, la riduzione del canone Rai, soldi per mandare i nostri soldati ovunque (mandando Obama in visibilio) e persino l’abolizione di Equitalia.

Non tutte queste “provvidenze” comportano un aggravio di spesa per le nostre già povere tasche di italiani contribuenti, ma comunque bastano ad alzare il nostro deficit del 2,3%. E con il deficit si sa che aumenta anche il nostro già altissimo debito pubblico. E’ opportuno allora ricordare che, facendo questo, fa il contrario di quello che aveva promesso. Aveva promesso di rottamare i malvezzi della vecchia classe politica. E invece eccolo già qui, alla sua prima occasione in cui si presenta al giudizio pubblico della nazione intera, a fare persino di più e forse anche peggio.

Questo è populismo puro. Invece che ridurre il debito, lui spende i nostri soldi per spianarsi la strada a vincere le prossime elezioni, quindi lascerà in eredità ai nostri figli più debito. E se pensiamo che vuole persino cambiare la Costituzione per rendere permanenti le sue genialate, meglio fermarlo subito. Si è già preso più di due anni per mostrarci di cosa è capace. Il debito aumenta, la disoccupazione, finiti gli incentivi del jobs act, anche. La sua smania di protagonismo pure. Meglio rottamare lui stavolta e mandarlo a casa a meditare finché ne abbiamo la possibilità.