Chi legge i miei scritti politici, ultimamente molto critici verso l’operato del presidente del Consiglio, sa già che, anche se lo critico duramente, ho una vera ammirazione per le grandi capacità e l’acuta intelligenza di Matteo Renzi, che unisce ad una immensa memoria, velocità decisionali paragonabili a quelle di un super-computer. Unendo a tutto questo un eloquio ed una simpatia di grande efficacia oratoria si ottiene che, vicino a lui, quasi tutti i politici (vecchio e nuovo stampo) sembrano quasi dei trenini a vapore vicino ad un Frecciarossa. Non si può non ammirarlo su questo piano.

All’inizio del suo premierato anch’io ho creduto alle sue promesse e alle sue riforme, peraltro ancora sconosciute quasi a tutti, salvo la promessa di rottamare la vecchia classe politica e quella di rilanciare l’economia. Ma poi, quando quelle riforme sono venute alla luce, approvate per lo più con molteplici voti di fiducia da un Parlamento segnato col marchio del “Porcellum”, è apparso subito chiaro che quelle riforme erano molto lontane da quelle che si aspettava il popolo elettore, incluso quelli del Partito Democratico (di cui Renzi manteneva saldamente la Segreteria anche dopo aver assunto l’impegno di guidare il governo).

Ed e’ apparsa ancor più chiara la lontananza da quelle aspettative quando ha scelto come sua prima importante riforma l’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, vero monumento alla tutela del lavoro subordinato. Ma lo sconcerto maggiore si è avuto quando lui ha etichettato quella “porcata” come necessaria per aumentare l’occupazione.

La logica dice che aumenterà i licenziamenti, non le assunzioni. E infatti così è. Siccome lui non è solo intelligente ma anche molto furbo, ha coperto per il primo periodo questo elemento negativo inserendo nel suo Jobs Act sgravi fiscali che hanno incentivato per un po’ le nuove assunzioni. Tuttavia non sono bastate né quelle né le altre riforme liberali a recuperare un volume adeguato di assunzioni tale da far scendere il gravissimo livello disoccupazionale che affligge da qualche anno l’Italia e che colpisce in modo particolare proprio i giovani.

E’ stato a questo punto quindi che è cominciata ad emergere tra i più attenti la sua costante propensione ad approfittare della buona fede della brava gente, le persone semplici, più impegnate nei quotidiani oneri che alle oscure vicende della politica, per cercare di allettarle con promesse fantasiose, supportabili con abili argomentazioni ma prive di vero fondamento.

Comunque è venuto il momento del suo personale trionfo con il il referendum sulle “trivelle” che ha vinto largamente (calpestando però malamente il suo ruolo istituzionale dando chiare indicazioni di non andare a votare). Tanto largamente da sentirsi sicuro di poter promettere che, in caso di sconfitta al prossimo referendum costituzionale, si sarebbe dimesso non solo dal ruolo di premier, ma anche dalla politica tout court. Salvo poi, quando il vento è girato, fare una marcia indietro a 360 gradi, ammettendo di aver sbagliato a fare quella dichiarazione. Ammissione che però è arrivata solo su suggerimento dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (chiaramente invasivo nel dare indicazioni politiche al premier in uno spazio che non è più suo).

Purtroppo per lui quella “spacconata”, tipica dei giovani della sua età che si montano la testa quando incontrano momenti molto favorevoli per loro è, per la sua carriera politica, molto più grave di quello che può risultare per i suoi coetanei per due ragioni: la prima è che dimostra in pieno la sua immaturità ad un ruolo così importante come quello di guidare un’importante nazione industrializzata, la seconda è che un premier non può permettersi di prendere azzardi di quel livello semplicemente sperando che il vento soffi sempre nella stessa direzione.

In America un’avventurosa spacconata del genere non gli verrebbe perdonata nemmeno dai suoi colleghi di partito. Comunque, anche in Italia, ha già spaccato il suo stesso partito e perso la fiducia di milioni di elettori!

Se a tutto questo ci aggiungiamo lo squallido tentativo, tuttora in atto, di vincere a tutti i costi la battaglia referendaria, approfittando del suo potere e del potere dei suoi alleati nei cosiddetti “poteri forti” del paese per mettere tutta l’informazione Rai e quasi tutta l’informazione dei grandi quotidiani al servizio del Sì al referendum costituzionale, tutto questo mette l’intero suo operato in una luce tetra di non affidabilità che presto emergerà in tutta la sua chiarezza e finirà che la gente gli girerà le spalle in modo definitivo.

Allora per lui, e per l’Italia intera, sarebbe la perdita di una occasione non facilmente replicabile. Un talento come il suo non lo si trova tutti i giorni né in campo politico, né in altri campi meno in vista. Sarebbe molto meglio per tutti se lui capisse che, a questo punto, non gli conviene forzare il gioco per vincere a tutti costi, potrebbe finir male per lui e per milioni di italiani. Gli conviene perdere ammettendo i suoi errori (non per convenienza, come ha già fatto, ma sul serio) aspettando il prossimo turno, per ripresentarsi più maturo, facendo solo le promesse che possono agevolmente essere mantenute senza usare carte false, tenendo un indirizzo politico più coerente con la linea storica del suo partito e più rispettoso dei reali valori di una vera democrazia.

Sia consapevole che guidare bene una vera democrazia è molto più importante e meritorio che il sapere il giorno dopo le elezioni chi guiderà il paese per tutta la legislatura in una democrazia fantoccio.

Ecco, a quel punto si che lui potrebbe davvero rivestire quel ruolo di statista che ora ambisce seguendo una falsa pista. E diventerebbe davvero il pilota capace di guidare la nazione ad una ripresa vera, stabile e duratura.