Lady Gaga è così, sempre clamorosamente estrema. Una volta la vedi su scarpe chiamate Armadillo, con tacco di oltre 18 centimetri, un’altra completamente coperta di fettine di carne cruda, oppure tette al vento, magari mentre passeggia per le strade della sua New York coperta, si fa per dire, solo da uno spolverino trasparente. Estrema, appunto. Del resto una che ha assoldato nel suo team creativo, ancor prima di esordire, la Haus of Gaga, David LaChapelle, non è che ci si possa aspettare roba soft. E con la musica è sempre stata la stessa faccenda, forse anche di più. Dall’electropop volto alla dance di Poker Face, electropop, si badi bene, da non confondere con quello blando che si sente dalle nostre parti, allo swing esibito al fianco di Tony Bennett, con tutto quel che ci sta in mezzo, dall’epicità di Bad Romance al pop in profumo di anni 80 di Alejandro. Tanta roba, capace di farsi veicolo di messaggi chiari e controcorrente, lei lì a divenire manifesto pulsante della diversità, portavoce dei piccoli mostri, così eccentricamente brutta da farsi bella.

Lady Gaga è così, sempre clamorosamente estrema. Così, quando arriva nei negozi il suo nuovo lavoro, non possiamo che aspettarci il prossimo passo, il prossimo artificio, quello capace di spostare ancora più in là il cammino fatto fino a Artpop, E il passo arriva, davvero estremo, sorprendente. Lady Gaga ama i colpi di teatro, e come la protagonista della quinta serie di American Horror Story, quando arriva sotto i riflettori non può che attirare l’attenzione di tutti. Come? Nel modo più semplice, spogliandosi completamente. No, fermi, non stiamo parlando di nudi integrali, quelli li abbiamo già visti e rivisti (mai capito l’interesse di continuare a vedere le foto di una stessa persona nuda, se non per vedere il tempo che passa): stavolta Lady Gaga decide di far vedere che oltre le gambe e il resto c’è di più, letteralmente.

Perché presentandoci le undici tracce di Joanne, Lady Gaga si spoglia dei suoni che hanno ricoperto le sue composizioni fin qui, degli arrangiamenti, e ci presenta canzoni, in buona parte, ridotte all’osso. Come se di colpo fosse tornata nel passato, in un passato che probabilmente non è neanche stato il suo, trentenne. A metà strada tra un pop-rock quasi nashvilliano e un pop squisitamente anni Ottanta, con tutti i riferimenti del caso, da Prince a Madonna, passando per Mr Mister e Talk Talk. Una scelta atta a spogliare i brani, a renderli più semplici, con riferimenti ancorati nelle orecchie un po’ di tutti. Come dire, non ho bisogno degli artifici per stendervi e rapirvi le gambe e il cuore, posso farlo anche imbracciando una chitarra e suonando come fossi Bon Jovi, come nel singolo di lancio Perfect Illusion, o suonando il piano in una ballata praticamente perfetta come Million Reasons, o lasciandosi andare a un funk sincopato a metà strada tra Prince e la Motown in Hey girl.

Dentro anche suoni tipicamente americani, quasi standard, dall’inno finale di Angel Down alla giga western di Sinner’s Prayer. Semplicità, dovuta a una scrittura decisamente più lineare, meno alla Gaga, ma al tempo stesso tremendamente alla Gaga per quella voce che tutto permea e per quella capacità di rendere suo anche uno standard swing vecchio di decenni. Una vera rivoluzione fatta di piccoli semplici passi, perché se qualcuno, leggendo queste parole, dovesse mai pensare che sia un passo indietro, un voler vincere facile andando a percorrere territori già battuti da altri, attenzione che siete fuori strada. Joanna è un discone. Le canzone, prodotte mica a caso da un team che le vene nei polsi fa tremar come Mark Ronson, Kevin Parker, BloodPop, Jeff Bhasker, Emilie Haynie e la stessa Lady Gaga, il dream team del pop nel 2016. Al suo fianco anche la penna stoner di Josh Homme, leader dei Queens of the Stone Age, il cantautore indie Father John Misty, non a caso al suo fianco nelle due canzoni più countreggianti della covata, Come to Mama e Sinner’s Prayer, e Florence Welsh dei Florence and the Machine, presente come autrice e come co-interprete di Hey Girl, con Million Reasons il brano più bello dell’album, l’una lancinantemente empatica, capace di prendere il nostro piccolo cuore e buttarlo dentro un frullatore, l’altra sinuosa canzone sessualizzata, dove le due voci si fondono in un vortice di sensualità.

Lady Gaga, torniamo a dire, è così, sempre clamorosamente estrema. Non si limita a prendere una deviazione sul percorso, cambia strada, cambia mezzo di trasporto, cambia forse addirittura dimensione, spostando la propria musica in un altro mondo, ma mantenendo perfettamente intatta la propria poetica, immaginario talmente forte da essere lì anche in brani impensabili in bocca a lei anche solo l’altro ieri. Joanne si candida a diventare un classico moderno. Lady Gaga, ma questo lo sapevamo fa, la popstar assoluta del nuovo millennio. Senza se e senza ma.