A Roma sono sicuri: voteranno No al referendum costituzionale. A Palermo sono certissimi: voteranno referendum costituzionale. Come conciliare le due contrastanti opinioni? Per il momento a colpi di carta bollata. Una strategia che rischia di far implodere quel che resta dell’Udc, il partito che fu solido alleato di Silvio Berlusconi, in grado per anni di fare il bello e cattivo tempo nella Sicilia di Totò Cuffaro. Praticamente un’era geologica fa, anche se oggi la capitale politica dei neodemocristiani rimane comunque la regione più a sud d’Italia, storico teatro dei più estremi paradossi, dove l’Udc era in maggioranza fin dai tempi di Federico II.

Battute a parte, è proprio in Sicilia che nasce l’ennesima insanabile spaccatura tra gli eredi dello scudo crociato. Il pomo della discordia? Ovviamente il referendum costituzionale. Nonostante l’Udc in Parlamento abbia contribuito ad approvare le riforme costituzionali, da mesi il segretario Lorenzo Cesa annuncia urbi et orbi l’intenzione di votare No alla consultazione popolare, senza però abbandonare – non sia mai – la maggioranza di Matteo Renzi. Un annuncio che da Roma non deve essere arrivato a Palermo, dove invece i neodemocristiani guidati dall’ex ministro Giampiero D’Alia sono pronti a votare il 4 dicembre.

Un sostegno talmente entusiasta, quello dei siculi alla riforma, che ha addirittura portato i vertici isolani del partito a un cambio di denominazione del gruppo parlamentare all’Assemblea regionale: da “Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro” a Udc-Centristi per il Sì. Poteva il segretario nazionale assistere silente a questa rivendicazione d’autonomia dei suoi tesserati isolani? Dopo aver spiegato che il suo partito avrebbe votato compatto contro la riforma Renzi-Boschi, poteva Cesa non replicare a D’Alia, che invece in Sicilia è intenzionato a votare – in maniera altrettanto compatta – a favore? No, non poteva. Se non altro perché non si è mai visto un partito – o nel caso di specie, un partitino – che vota, “compatto”, per due opzioni diametralmente opposte. E da Roma ecco dunque arrivare la diffida.

“La decisione di denominare il gruppo parlamentare Udc-Centristi per il Sì, se effettivamente assunta, è illegittima e arbitraria, essendo stata assunta al chiaro di scopo di ingenerare confusione circa la posizione del partito sul referendum costituzionale, in difformità con le decisioni assunte dalla direzione nazionale del partito e in violazione dell’art. 3 dello Statuto”, sentenziava il 6 ottobre una nota dell’ufficio stampa dell’Udc, spiegando che “Cesa ha invitato Mimmo Turano (capogruppo all’Ars, ndr), diffidandolo formalmente, a provvedere entro 48 ore dalla ricezione della lettera al ripristino della denominazione precedente o, comunque, a ricorrere ad una denominazione che non utilizzi la sigla dell’Unione di centro in modalità equivoche circa la linea del partito”. In caso contrario – avvertiva sempre la nota – “il segretario nazionale si vedrà costretto a ricorrere alle vie giudiziarie”.

Una situazione di tensione che nasce da un altro scontro, quello sul congresso regionale – celebrato in estate – il cui risultato non è stato riconosciuto da Cesa. “La vicenda dell’Udc è oggetto di un contenzioso – dice Gianpiero D’Alia, ex ministro, presidente nazionale e leader nell’isola, sostenitore del Sì – Preferirei non entrare nel merito. Se ne stanno occupando gli avvocati incaricati dai dirigenti siciliani del nostro partito”.

Le minacce incrociate non portano a niente. Anzi: “Non pensavo di essere in una caserma”, sorride Turano, capo di un gruppo parlamentare che all’Ars conta ben nove consiglieri regionali: un vero e proprio record per un partito che oggi sembra sparito dal radar nel resto del Paese. È per questo motivo che Turano e D’Alia non sono intimoriti dalla diffida di Cesa. “Ho saputo di questa lettera dalla stampa, a Roma evidentemente sapranno come la pensiamo sempre dalla stampa: poi gli atti consequenziali vedremo quali saranno”, si lascia sfuggire il deputato siciliano, annunciando in pratica un muro contro muro per i prossimi due mesi.

“Provare a spaccare l’area moderata del Paese, e soprattutto in Sicilia, significa avvantaggiare i 5 Stelle: chi non vuole capire questo lavora per l’avversario”, accusa sempre Turano, che nella battaglia interna all’Udc può vantare su un alleato speciale, e cioè Pierferdinando Casini, a sua volta promotore del . “Domenica – spiega entusiasta – saremo a Catania, ci sarà pure Casini: faremo un dibattito per capire cosa cambia per la nostra regione con la riforma costituzionale di Renzi. Spaccature con Cesa? Ci siamo visti tante volte e probabilmente ci vedremo ancora tante volte”. Alle urne però andranno separati.