La strategia di Renzi per ricompattare il Pd e farlo confluire unito verso il sì al referendum passa dalla legge elettorale. O meglio, dalle modifiche all’Italicum, che il premier punta a sintetizzare nella direzione del 10 ottobre e a portare in aula prima del 4 dicembre, giorno della consultazione. Un testo che è diventato terreno, ma anche possibile merce di scambio, tra il governo e la minoranza dem, insorta negli ultimi giorni con l’esplicita intenzione del presidente del Consiglio di cercare “voti a destra”. Anche se, già nel giorno dell’apertura della campagna per il sì, Renzi aveva dichiarato di essere disponibile a cambiarlo. Pur reputandola “perfetta”, ha detto, la legge elettorale è comunque “meno importante del referendum“. Il nodo fondamentale riguarda il ballottaggio, inviso alla minoranza dem.

In particolare, scrive il Corriere della Sera, il premier studia ipotesi alternative al secondo turno. Si va “dalle preferenze ai collegi uninominali, dal premio alla coalizione e non più alla lista al modello greco, dall’ipotesi Violante, che prevede che il ballottaggio sia valido solo se vi partecipano il 50 per cento più uno degli aventi diritto, fino alla versione originaria dell’Italicum“. In pratica, “quella che non è mai arrivata in Parlamento e che non prevedeva il secondo turno ma assegnava un congruo premio di maggioranza alla coalizione vincente”. Renzi, poi, che ha già aperto alla possibilità di cambiare il sistema dei capilista, pensa – scrive Repubblica – anche al “ballottaggio di coalizione. Ovvero, come avviene nei Comuni, dopo la prima tornata il sindaco (in questo caso il partito) può fare degli apparentamenti, costruire cioè delle coalizioni“. Tra le ipotesi per evitare il ballottaggio c’è anche “il Mattarellum 2.0: collegi uninominali e premio di governo” e il turno unico avanzato dalla minoranza dem e da Giorgio Napolitano. Ovvero “il modello greco – prosegue Repubblica -, che dà un premio di maggioranza in seggi al primo partito. Senza tanti giri di parole, serve a tagliare fuori il Movimento 5 stelle“. Anche se l’ex capo dello Stato ha sempre negato che questo rientrasse tra gli obiettivi della proposta: “Non mi sono mai posto il problema di trovare un marchingegno per impedire una possibile vittoria dei Cinquestelle – aveva detto – né di escluderli da consultazioni ed eventuali intese per modifiche alla legge elettorale”.

La ricerca di un’intesa sulle modifiche, però, prima di passare dalla direzione del 10 ottobre, transita anche dalla lettera indirizzata a Gianni Cuperlo e pubblicata su l’Unità. “Oggi il referendum è un pezzo della nostra credibilità – scrive Renzi sul quotidiano di partito -. Vogliamo introdurre il tema della legge elettorale per tornare a discutere? Non condivido, ma ci sto. Lunedì 10 ottobre ci vedremo a Roma alla direzione nazionale per discutere di tutto: legge elettorale ma anche legge di bilancio, dalle misure sulla competitività alle pensioni. E vedrai che saremo pronti a discutere con chi ha idee da portare, non solo critiche”. E ricorda gli attacchi contro di lui e contro il Pd. “Solo e soltanto critiche alla gestione del segretario, all’uomo solo al comando, alla mancanza di condivisione – attacca Renzi – Per non parlare di chi evoca rischi democratici nel nostro partito – che come noi sappiamo vota su tutto, in modo trasparente, e discute su tutto, perfino in streaming – mentre altro non solo non hanno regole interne ma addirittura firmano penali da 150mila euro legandosi a srl milanesi per amministrare le singole città”. Il premier-segretario è però certo che “saremo dalla stessa parte anche dopo il referendum, come auspichi. Ma non siamo importanti tu e io. E’ importante l’Italia. E non vogliamo che il giorno dopo il referendum l’Italia sia più debole e difficile da governare”.