“Una tempesta perfetta di bassa crescita, investimenti in calo, bassa competitività, deficit fiscali persistenti e un settore bancario sottocapitalizzato che ha in pancia una fetta troppo grossa dell’enorme debito pubblico“. Sembra il ritratto dell’Italia, invece è la fotografia del Portogallo scattata pochi giorni fa dal Financial Times. Lisbona, ha lanciato l’allarme il quotidiano finanziario, rischia di aver bisogno di un secondo salvataggio dopo quello da 78 miliardi di euro del 2012. Venerdì scorso, però, l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha confermato il giudizio BB+ sui titoli sovrani lusitani, che restano quindi classificati tra quelli a medio rischio, e ha lasciato invariato stabile anche l’outlook, con la motivazione che nei prossimi due anni è previsto “un graduale consolidamento dei conti contro il rischio di un indebolimento della crescita”. Quindi come stanno davvero le finanze pubbliche del Paese, che è uscito nel 2014 da un programma di assistenza costato lacrime e sangue e alla cui guida si è insediato nel novembre 2015 il socialista Antonio Costa? A guardare i numeri, non peggio di quelle italiane.

Da quando l’ex sindaco di Lisbona ed ex vicepresidente del Parlamento europeo è diventato premier, sta mantenendo la promessa di una svolta rispetto alle politiche di austerità imposte dalla troika. Ma al tempo stesso Costa, che da primo cittadino ha risanato il bilancio della capitale, non intende tornare alla disinvoltura fiscale che nel 2011 ha portato il Paese sull’orlo del crac. Anche perché è consapevole che i mercati guardano con diffidenza al suo governo, che in Parlamento ha il sostegno dell’estrema sinistra (Bloco de Esquerda, vicino a Podemos, e Partido comunista português, favorevole all’uscita dall’euro) e ha ottenuto l’investitura dal presidente Anibal Cavaco Silva solo dopo aver sottoscritto una serie di condizioni: tra il resto non rinegoziare i trattati i europei, onorare i pagamenti ai detentori del debito pubblico, rispettare gli impegni presi con Bruxelles sui conti pubblici. Del resto Cavaco Silva gli ha affidato l’incarico obtorto collo solo dopo la caduta della coalizione di centro destra guidata dal conservatore Pedro Passos Coelho a cui in ottobre aveva dato mandato di mettere in piedi un governo di minoranza pur di “prevenire l’invio di falsi segnali alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati”.

La prima mossa del nuovo governo è stata, a gennaio, l’aumento del salario minimo, portato da 505 a 530 euro al mese (dal 2011 al 2014 era rimasto fermo a quota 485 euro) d’accordo con sindacati e organizzazioni imprenditoriali. Una misura che punta a rafforzare la domanda interna e non ha avuto alcun impatto negativo sulla creazione di posti di lavoro come paventavano le opposizioni: anzi, il tasso di disoccupazione è calato dal 12,4% dell’ottobre 2015 all’11,1%, con quello giovanile giù dal 32,1 al 26,3% (dati Eurostat).

Crescita lenta e debito verso il 130% del pil – Intanto il pil ha continuato a crescere a ritmo stentato: +0,2% nel primo trimestre di quest’anno, +0,3% nei tre mesi successivi. Meglio dell’Italia, che nel secondo trimestre ha visto la crescita fermarsi, anche se i valori assoluti sono ben diversi: il Portogallo ha un sistema manifatturiero debole e in valori assoluti il suo prodotto interno lordo è otto volte più piccolo di quello italiano. Il debito pubblico viaggia poi a quota 129% sul pil, sotto quello di Roma (132,7%). Per quanto riguarda il deficit, a luglio la Commissione Ue ha sancito che il Paese (così come la Spagna) non ha rispettato il percorso di aggiustamento stabilito. Bruxelles ha però deciso di non comminare per ora alcuna multa, in attesa della presentazione entro il 15 ottobre della legge di Stabilità. Che dovrà comprendere un pacchetto di “misure efficaci” in grado di riportare il disavanzo sotto il 3% del pil entro la fine del 2016 (in base ai precedenti accordi l’obiettivo doveva essere raggiunto nel 2015). Costa ha annunciato che ci sono tutte le condizioni per ridurlo a meno del 2,5% del prodotto. Questo nonostante il suo programma preveda tra l’altro l’incremento delle pensioni, una frenata sulle privatizzazioni, il taglio dei ticket sanitari e la riduzione dell’orario di lavoro per i dipendenti statali.

Banche sottocapitalizzate e salvataggi pubblici – Per ora, gli indicatori macroeconomici del Paese appaiono sostenibili, a patto che il consolidamento non si interrompa. C’è però l’aggravante che il sistema bancario lusitano non ha “solo” un problema di crediti deteriorati, il cui tasso di copertura con accantonamenti si ferma peraltro secondo l’Autorità bancaria europea al 36% contro il 45% dell’Italia, ma è anche gravemente sottocapitalizzato. Nel 2014 Lisbona ha anticipato 4,4 miliardi per salvare il Banco Espirito Santo, affossato da investimenti ad alto rischio e prestiti non recuperabili, facendo confluire le attività sane nella good bank Novo Banco. Che però a dicembre 2015, per rispettare i requisiti patrimoniali richiesti dalle autorità di vigilanza europee, ha dovuto convertire in azioni obbligazioni senior per un valore di 2 miliardi. Ed è notizia di poche settimane fa che la Caixa Geral de Depositos, controllata dallo Stato, ha bisogno di una nuova iniezione di 2,7 miliardi di fondi pubblici.

Appuntamento con la revisione del rating a ottobre. Ma i rendimenti restano sotto controllo – In questo quadro la vera incognita è rappresentata dall’evoluzione del clima di fiducia sui mercati. Tutt’altro che favorita da allarmi come quello del Financial Times. Il giorno della verità sarà il 21 ottobre, quando, alla luce della manovra di bilancio, Dbrs rivedrà il suo rating fissato a BBB(low). L’agenzia canadese è l’unica ad assegnare ai titoli del Tesoro portoghese un giudizio “investment grade” (rischio contenuto), cosa che consente al Paese di utilizzarli come collaterale nelle operazioni di finanziamento Bce e all’Eurotower di acquistarli nell’ambito del quantitative easing. Per ora il rendimento dei bond decennali resta ben lontano dai picchi (fino al 16%) del 2011-2012, quando il governo Socrates dovette chiedere il bailout alle istituzioni finanziarie internazionali: il tasso di interesse pagato agli investitori è a quota 3,4%, lo stesso livello del maggio 2014 quando il Paese è uscito dal programma di assistenza della troika.