Anche Kim Rossi Stuart vede nudo. A Venezia 73, Fuori Concorso, è il giorno del secondo titolo da regista dell’attore romano che si dirige da protagonista assoluto nel film Tommaso. Sorta di alter ego, doppio “imbruttito”, capelli lisci e calcati come una calotta, vestitini sciatti e anonimi, attore e forse regista piuttosto famoso, incapace però di vivere serenamente il rapporto con l’altro sesso. Sì, proprio il bel Kim Rossi Stuart. Anche se con qualche nuance grigiomarrone su di sé Kim/Tommaso non “scopa” con una donna da un anno, non riesce ad abbordarne una senza ritrovarsi goffo e impacciato, non capisce segnali e motivazioni altrui. Non è fantascienza, ma la dimensione di un romanissimo sfracello del reale di Tommaso.

Film gradevolissimo, concettualmente coraggioso e sinceramente spiritoso, in quota per 95 minuti senza svarioni o sbadigli. Un “incrocio tra Bergman e Ben Stiller”, con signorine nude su un autobus di passeggeri (vestiti), un full frontal naturale e sensuale di Cristiana Capotondi, i sogni ad occhi aperti del protagonista (la sequenza con la farmacista con tanto di sesso orale) e un amplesso mimato da vestito con il pene eretto sotto i pantaloni. Anche se, a dire il vero, la parte “osé” di Tommaso è coté esplicativo e necessario della diagnosi psicoanalitica, come del disegno drammaturgico del film, e mai dettaglio insistito e voyueristico dell’ossessione che vive il povero protagonista trascinandosi nevroticamente l’esistenza tra un’anziana madre ingombrante (Dagmar Lassander), fidanzate lasciate (Jasmine Trinca), cercate, amate e abbandonate con fuga in campagna (Capotondi); e infine circuite e respinte (Camilla Diana). Tommaso confessa il disagio con un analista (junghiano?) che lo invita a cercare il bambino che è in lui, nascosto da genitorialità opprimente e conformismo sociale. Il bel ragazzone piange disperato, urla la sua inadeguatezza nel ruolo di maschio, capobranco inseminatore, capofamiglia monogamico. E quando la scelta cade su quella che potrebbe essere la donna giusta, ecco sbucare il difetto di una cisti sul labbro, di un’attaccatura di capelli troppo evidente, che lo fanno scappare dalla coppia come fulminato.

Ho raccontato un uomo che cerca di liberarsi dell’imprinting familiare e delle ferite dell’infanzia. E non essendo io all’altezza di grandi considerazioni sociologiche, psicologiche e antropologiche, mi sono limitato ad affrontare il tema rigorosamente dal suo punto di vista”, ha spiegato il regista in t-shirt bianca durante l’incontro con la stampa a Venezia. “Spero che i registri del tragico e del comico siano amalgamati bene. Anche Libero va bene era più un film sullo stomaco e sull’emotività, Tommaso è un lavoro più intellettuale fatto più sulla mente”.

Un Kim Rossi Stuart che vede nudo, e che si mette a nudo. Dopo il giovanissimo protagonista di Anche libero va bene, di cui Tommaso ne riprende il ruolo e l’identità tormentata una volta adulto, l’attore 46enne attraverso l’obiettivo della macchina da presa continua a sondare la propria intimità con un approccio autobiografico, a dimostrazione di un senso del rischio culturale fuori dal comune nel panorama italiano attoriale quando si tratta di teorizzare idee che vanno oltre il monosillabo di una risposta. “Penso che guardarsi dentro sia un viaggio che la specie umana non può evitare. In alternativa c’è solo l’imbarbarimento che è davanti ai nostri occhi”. Ed è mettendo in discussione il proprio fascino di divo che Kim/Tommaso fa di tutto per far provare un bizzarro e sfasato sentimento antierotico verso di lui, con le sue partner in scena che abbondano in offese e prese in giro nei suoi confronti e mai una volta che gli dicono “ma quanto sei bono”: “È vero, non mi ero accorto che nel film mancassero queste parole verso Tommaso. Comunque, come scelta di fondo cerco sempre di interpretare personaggi complessi con caratteristiche attoriali forti perché la bellezza patinata non mi ha mai affascinato e non mi interessa. Spero sia un concetto chiaro”.