Che la ferita nella giunta M5s di Roma non si sarebbe più richiusa è stato chiaro nel momento del confronto tra la sindaca Virginia Raggi e la Capa di Gabinetto Carla Raineri. Nel faccia a faccia di mercoledì notte la prima cittadina ha presentato i documenti dell’Anticorruzione che definiscono irregolare la nomina e il super stipendio della Raineri, lei ha annunciato le dimissioni. Nessuna mediazione: settimane di tensioni e incomprensioni si sono bruciate in pochi minuti. I 5 stelle assicurano che non doveva saltare quella testa, almeno non così, che avrebbero voluto trovare una mediazione, ma di fatto nessuno ha cercato di ricucire. Era solo l’inizio: dietro hanno preso la porta uno degli uomini più vicini alla giudice, l’assessore al bilancio Marcello Minenna, e altri quattro dirigenti. Tutte nomine benedette dal direttorio 5 stelle e che ora dovranno essere in qualche modo rimpiazzate. Una botta, per i vertici che hanno scoperto l’esito delle tensioni sui giornali e all’improvviso, per la base che ora teme il fallimento in quella che per tutti era la chiave per la conquista di Palazzo Chigi.

Video di Irene Buscemi

Secondo i grillini il motivo dello scontro è stato lo stipendio: a Raineri era stata garantita una retribuzione in linea con i suoi incarichi passati e una volta venuta meno lei si è tirata indietro. La prima versione, ribadita anche dalla stessa Raggi, era che “la qualità si paga”. Oggi però quella rottura rivela che dietro la facciata ci sono settimane di mal di pancia: “Diffido chiunque a scrivere che è una questione di soldi”, ha detto intervistata dall’agenzia Adnkronos l’ormai ex capa di Gabinetto. “Credevo di essere stata chiamata per riportare la legalità”. Senza aggiungere altro. Poche parole pure da Minenna: “Anche questa volta ho servito lo Stato”, ha detto l’ex assessore e dirigente Consob. Per il momento non sono arrivate altre spiegazioni, ma quello che evocano i dimissionari basta per far sbiancare il M5s. Il Campidoglio senza capo di Gabinetto, i vertici di Atac e Ama e l’assessore al Bilancio. Lo scenario fa temere il peggio. “Siamo sotto attacco, ma se anche noi ci spacchiamo finisce tutto”, dicono fonti M5s nelle istituzioni. Tanto che alcuni arrivano ad evocare la soluzione più temuta che sancirebbe il fallimento: il ritiro del simbolo da parte di Beppe Grillo. “Non ci vogliamo neanche pensare, ma qui stanno succedendo troppe cose. Dalle nomine imbarazzanti alle decisioni prese senza consultarci. Se continua così il nostro garante dovrà intervenire. Siamo molto preoccupati”.

C’è qualcosa nella giunta che non funziona dal momento dell’insediamento. I critici lo chiamano l’asse Marra-Romeo-Frongia-Raggi, ovvero un modo di lavorare in cui la sindaca non delega quasi mai, agisce da sola e al massimo consulta tre persone: il vice Daniele Frongia, il vice capo di Gabinetto Raffaele Marra, il segretario super pagato Salvatore Romeo. Perché la situazione è molto complicata e si fida di pochissimi. I primi a rimanere esclusi dalla stanza dei bottoni sono stati gli altri tecnici scelti: la Raineri e Minenna, una coppia voluta dal leader del direttorio Luigi Di Maio e apprezzata anche dentro il Movimento. Ma proprio questi, ricercati e corteggiati come i personaggi qualificati in grado di svoltare la situazione, non si sono poi sentiti protagonisti delle decisioni. Nel mezzo c’era sempre Marra: il tecnico del Campidoglio, quello che lavora dai tempi dell’ex sindaco di An Gianni Alemanno e che la Raggi e il suo vice Frongia continuano a blindare. Marra era stato scelto come Capo di Gabinetto, poi le polemiche (e l’intervento diretto di Grillo) hanno convinto la prima cittadina a spostarlo e a prendere tempo. Quello che i dimissionari non dicono, ma che raccontano ai più vicini, è che quel personaggio ha continuato ad avere forte potere dentro la giunta: il tecnico non è stato allontanato, anzi continua ad avere molto potere. E questo nonostante i sempre più crescenti malumori della squadra.

La Raggi vive la sindrome dell’assedio e chiede di essere lasciata in pace per lavorare. Ma nella scelta di consultarsi solo con i più fedeli, ha lasciato a margine anche i suoi. Si è scordata del direttorio ad esempio e del mini direttorio romano. Sono i referenti in Parlamento e nelle istituzioni, anche quelli che le devono coprire le spalle, ma più volte hanno scoperto gli esiti delle sue scelte leggendo i giornali. Lo stesso è successo questa mattina: sapevano che le cose non andavano bene, ma mai si sarebbero aspettati di dover correre ai ripari quando il danno era già stato fatto. “C’è un problema di comunicazione tra noi e la sindaca”, commentano. L’ordine è sempre stato quello di difendere la Raggi a (quasi) qualsiasi condizione, perché la guerra ora è contro altri nemici e bisogna starle a fianco. Ma se lei è la prima a fare di testa sua, il clima cambia. Il Movimento a Roma paga il conto di un passato difficile: non è il M5s del Piemonte, tanto per fare il confronto che in tanti oggi rievocano. Nella Capitale c’è una lunga storia di scontri interni, di poco radicamento e di dossieraggi fra correnti capaci di far impallidire gli altri partiti. La Raggi è stata la prima a uscirne come vincitrice, ma ora quella vittoria sta diventando un boomerang. Scelta al posto dell’ex consigliere e ora presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito, la grillina non piaceva a una parte del Movimento. La sua partita però almeno all’inizio era sembrata facile: Casaleggio l’ha voluta e cresciuta, il resto è andato di conseguenza. Per lasciarla tranquilla il direttorio ha anche accettato l’epurazione della deputata romana Roberta Lombardi, da sempre sua nemica, perché nessuno avrebbe dovuto disturbare i primi mesi di amministrazione. Non è bastato nemmeno quello.

Di Maio ha ingoiato il rospo e ha parlato solo in serata difendendo la sindaca: “A breve faremo le nuove nomine”, ha detto. Ma la tensione è quella degli inizi. Quando la Raggi faticava a trovare una squadra, quando è dovuto venire Grillo per capire che cosa stesse facendo, quando la prima cittadina ha garantito che tutto andava per il meglio e di fidarsi. E’ passata appena qualche settimana e sembra già la resa dei conti finale. La comunicazione della Raggi arranca e il caos assomiglia a quello delle crisi M5s del passato, quasi come se il Movimento all’improvviso fosse tornato al punto zero e non avesse imparato niente in questi anni nelle istituzioni. “Poker in un solo giorno, il fondo è toccato”, ha scritto su Facebook la sorella di De Vito con un messaggio pubblico che annuncia il riaprirsi di vecchie battaglie. Qualcuno ha replicato, ma a fatica gli attivisti nascondono l’amarezza. Anche i consiglieri M5s in Campidoglio hanno cercato di coprire le facce sorprese: nessuno sapeva che la situazione fosse arrivata a questo punto. L’unico a parlare in tutta la giornata è stato il vicesindaco Frongia che ha negato che sia una crisi: “E’ solo un’operazione di trasparenza“. L’importante è che ci creda anche la sua squadra.