Supermercati saccheggiati, ospedali che cadono a pezzi, file interminabili per comprare un chilo di farina di mais. La crisi economica in Venezuela è un tunnel buio e nessuno riesce ancora a vederne la fine. Il governo di Nicolas Maduro sta mettendo a dura prova la popolazione, stremata da fame e difficoltà. Nei decenni scorsi, specie nel dopoguerra, il paese sudamericano è sempre stato una meta ambita per i nostri connazionali. Ma oggi andare avanti è complicato.

“Le piccole imprese stanno scomparendo e i figli degli italiani scappano altrove”– “Da quando Hugo Chavez ha preso il potere nel 1999, il Venezuela è cambiato tantissimo; prima era un paese con molte difficoltà, ma comunque prospero, oggi si fanno file di cinque ore per comprare beni di prima necessità”, spiega Mauro Bafile, direttore del quotidiano italo-venezuelano La Voce d’Italia. E anche la comunità italiana ne sta facendo le spese: “Fino a qualche anno fa la piccola industria era fondata in larga parte da imprenditori italo-venezuelani, ma ora queste realtà stanno scomparendo, perché il governo ha un atteggiamento ostile verso la proprietà privata”, racconta. Gli italiani si stanno così organizzando su più fronti: “Chi ha superato i 40 anni cerca di arrangiarsi qua o di aprire un’attività fuori, magari a Panama – sottolinea -, mentre i più giovani stanno ripercorrendo il viaggio dei loro nonni a ritroso, ma non per tornare in Italia”.

“Il governo è ostile alla proprietà privata e le imprese soffrono. Chi può se ne va a Panama o negli Usa, non in Italia”

Già, perché nel nostro Paese le opportunità lavorative scarseggiano: “Molti vanno in Spagna o in Germania, ma la maggior parte di loro sceglie gli Stati Uniti”. C’è poi un’altra categoria: “Si tratta degli italiani più in difficoltà, che in questo particolare momento di crisi hanno bisogno della solidarietà della comunità – sottolinea Bafile -, ma purtroppo l’Italia aiuta solo quelli con il passaporto italiano, senza rendersi conto che molti hanno dovuto cambiare nazionalità per potersi aprire un’attività qui”. Un quadro inquietante, dunque, dove l’unica carta da giocare è il referendum su Maduro. “Se viene indetto entro l’anno il governo cade e si va a nuove elezioni. Ma se viene rimandato al 2017 il potere va al vice-presidente, in un’ottica di successione”.

“Qui la gente è incattivita e i prezzi stanno diventando insostenibili” – Parlare del Venezuela per chi vive in Venezuela non è facile, motivo per cui i protagonisti di queste storie preferiscono restare anonimi. P.C. è italiano di nascita, ma venezuelano d’adozione. Vive nel paese sudamericano dagli anni ‘80 e al momento ricopre il ruolo di direttore commerciale di una fabbrica di formaggi. “Dopo il golpe fallito contro Chavez nel 2002 è iniziata l’espropriazione delle industrie, anche di quelle alimentari, ma non ci si faceva molto caso perché il cibo abbondava sugli scaffali dei supermercati”, racconta. Ma con l’arrivo di Maduro nel 2013 la situazione è precipitata: “L’inflazione sta raggiungendo livelli insostenibili, senza contare che è il governo a regolare la distribuzione e il prezzo di alcuni prodotti fondamentali, come la farina di mais, la pasta, il riso, i biscotti, lo zucchero, lo shampoo e molti altri”, sottolinea. Questo implica che i beni in questione non possono essere acquistati sempre: “In base all’ultimo numero della tua carta d’identità il governo stabilisce i giorni in cui puoi andare al supermercato per comprarli – spiega -, è come stare in guerra”.

“Il governo stabilisce come e quando puoi fare la spesa. E’ come stare in guerra”

E se la classe media riesce ancora a sostenere questa situazione, la fascia più povera della popolazione non ce la fa più: “La gente è incattivita, saccheggia i camion che trasportano il cibo e sempre più spesso durante quelle interminabili file si arriva alle mani”, racconta. Le imprese italiane stanno cercando di sopravvivere, ma tirare avanti è diventato complicatissimo: “Noi produciamo formaggi e ogni volta dobbiamo affrontare una crisi di vario tipo – ammette – un giorno manca il nitrato, un giorno il latte, il giorno dopo il cartone per l’imballaggio”. E a tutto questo si aggiunge l’emergenza sicurezza: “La delinquenza è all’ordine del giorno, tra furti e rapimenti – sottolinea – se ti vedono che utilizzi il cellulare in macchina ti bussano al finestrino direttamente con la pistola”. Una situazione disastrosa, ma qualcosa a cui appigliarsi rimane: “Se cambia la situazione politica, il Venezuela ce la può fare – conclude – questo Paese è pieno di ricchezze, basterebbero pochi anni per rimetterlo in moto”.

“Ormai rinuncio al pranzo per rispetto verso i miei dipendenti” – B. ed E. sono sposati da 13 anni e hanno una bambina piccola. Il loro trasferimento in Venezuela risale a tre anni fa: “Siamo arrivati quando la crisi era alle porte, ma si avvertiva meno di quella italiana”, raccontano. Così B. ha deciso di rilevare una società di autolavaggio con altri tre soci e all’inizio le cose sembravano andare bene: “Di tanto in tanto si intravvedevano piccole code ai supermercati per l’acquisto della farina di mais, ma gli scaffali erano gremiti di merci e il costo della vita era decisamente conveniente”, ricorda. Poi, nel giro di due anni, il vento è cambiato: “Nell’ultimo periodo ho visto i miei dipendenti dimagrire per la carenza di cibo e io stesso ho deciso di rinunciare al pasto di mezzogiorno per rispetto nei loro confronti”, ammette.

“Nell’ultimo periodo ho visto i miei dipendenti dimagrire per la carenza di cibo. Ho smesso di pranzare per rispetto nei loro confronti”

A questo si aggiunge la mancanza di acqua: “Ogni momento della giornata ruota intorno ai minuti in cui arriva l’acqua, senza contare i numerosi black-out quotidiani”, spiega. E con una bambina piccola gestire questi inconvenienti diventa ancora più difficile: “Un mese fa nostra figlia ha avuto un’infezione parassitaria intestinale e per cercare l’antiparassitario ho girato venti farmacie – ricorda – ma alla fine sono riuscito a trovarlo solo grazie a un conoscente che lo teneva in casa per precauzione”. Ora B. ed E. sono in Italia per trascorrere le vacanze, ma questa volta non sono sicuri di ritornare in Sud America: “Come tutti gli italiani che amano il Venezuela stiamo temporeggiando, ma non possiamo fingerci ciechi – dicono – ogni giorno ci interroghiamo sul futuro, ma le notizie che leggiamo non incidono positivamente sulla nostra scelta”. Da parte loro un solo augurio: “Speriamo che il mondo non rimanga sordo a lungo al grido di aiuto di questo popolo”.