di Marta Coccoluto

Innovare fa rima con cambiare. E significa cambiare lo stato delle cose attraverso qualcosa di nuovo – mezzi, strumenti, sistemi, concetti, norme, tecnologie – proprio come ci dice quel novus latino, in cui è racchiusa tutta l’essenza dell’innovare.
Innovare fa anche rima con immaginare, perché è difficile “rovesciare il tavolo” senza quella capacità di vedere un futuro diverso e migliore oltre la comoda abitudine e il rassicurante costituito.

Stiamo forse dicendo che gli innovatori sono da ricercare più tra i rivoluzionari che tra i tecnici, gli scienziati e gli esperti? In altre parole, che a fare innovazione siano le persone che utilizzano gli strumenti e le conoscenze più che coloro che glieli mettono a disposizione?

Guardiamo ai nomadi digitali: non hanno inventato il Web, non hanno ideato il lavoro freelance, non hanno scoperto l’e-commerce né l’assistenza virtuale o l’e-learning, ma hanno sfruttato la Rete e le sue opportunità per “innovare” il loro stile di vita e il loro lavoro, rendendosi liberi di vivere e lavorare ovunque grazie a Internet.

Indubbiamente sono tra gli innovatori… ma esserlo è questione di attitudine innata o è il risultato di costante, tenace e reiterata applicazione? Ovvero, innovatori si nasce o si diventa?

Le prime anticipazioni del Rapporto sulla Cultura dell’Innovazione COTEC 2016, che sarà presentato a settembre, delineano un quadro dai contorni molto netti: in Italia innovatori si nasce.

E poco contano la formazione universitaria e le conoscenze e competenze informatiche – che solo per il 9,7% e per il 9,9% degli intervistati influiscono sull’attitudine personale all’innovazione – e ancor meno la giovane età (per il 7,1%), che non è automaticamente portatrice di cambiamento, così come l’esperienza (per il 12,6%) che serve, ma non è un pre-requisito.

A essere determinanti sono invece la creatività – che per il 48,4% è quel che più caratterizza il DNA di chi fa innovazione –, abbinata all’intuito (per il 31%) e alla curiosità (per il 30%). Skill personali dunque, da mettere in gioco quando c’è bisogno di pensare a qualcosa di diverso per vivere e per lavorare meglio.

Certo, ci vogliono ottimismo e fiducia nel futuro (per il 19,9%), al momento ridotte per i più “al lumicino”, una buona predisposizione personale al rischio (per il 19,9%), che si traduce in una capacità di metabolizzare e fare tesoro dei fallimenti, e un’ottima capacità organizzativa (conta per il 17%).

Il dato che più sorprende è che negli innovatori si ravvisa l’attitudine alla disubbidienza (per il 17,4%), quell’agire in modo contrario a quanto stabilito, imposto, ordinato, quell’opporsi alle regole stabilite da qualcun’altro quando non si adattano al nostro modo di intendere vita e lavoro, quel “rovesciare il tavolo” cui facevo cenno prima.

È dunque un manipolo di creativi ottimisti e disubbidienti a guidare, secondo gli italiani, l’innovazione sociale, tecnologica ed economica del Paese? Ovvio che sia un’estremizzazione ma i dati rilevati indicano che è nelle iniziative delle migliori espressioni della società civile (associazioni, movimenti, organizzazioni) e nel coraggio di sperimentare, unito alla capacità di adattarsi a un contesto in continua evoluzione, delle Pmi italiane (per il 38%) che esiste vera innovazione.

Debole il ruolo del governo (incisivo solo per il 12% degli intervistati) – e poco significativo il ruolo degli investitori (conta per il 14,5%).

Ciò non sorprende: l’Italia è alle prese con una piena, tardiva e affannata rincorsa per il recupero della competitività, superata da Irlanda, Spagna e Polonia, e al 45esimo posto nella classifica del ‘Global Information Technology Report‘ 2016, che analizza come le economie usino le opportunità offerte dalle Information and Communications Technologies (Ict) e colloca l’Italia appena prima della Macedonia.

Abbiamo scalato ben 10 posizioni rispetto al 2015, ma se si analizzano le rilevazioni nel dettaglio, il contesto politico e di business complessivo fanno scendere il nostro Paese addirittura all’85esimo posto, mentre il peso del fisco sugli utili delle aziende lo fanno precipitare ad un impietoso 129esimo posto (su 139 complessivi).

E mentre cresce l’attesa per i risultati concreti dell’attuazione dell’Agenda Digitale, lanciata nel 2015, resta diffusa la sensazione che l’innovazione si alimenti da sé, senza una vera strategia di crescita e di sviluppo complessiva, e che anche chi ha le ‘doti per’ si muova in un contesto in cui fa fatica.

L’Italia non è (ancora) un Paese per innovatori, neanche per chi innovatore ci nasce.