Tre anni fa padre Paolo Dall’Oglio, gesuita italiano, andava a Raqqa in Siria chiamato dai giovani del posto. “Pregate per me” scriveva su Facebook il 27 luglio 2013, annunciando di essere arrivato in città per una mediazione. La notizia del suo sequestro venne rilanciata il 29 luglio da attivisti locali. Da allora silenzio. Nei tre anni successivi alla sua scomparsa, sono molte le notizie contrastanti che si sono susseguite riguardo alla sua sorte.

Dall’Oglio, arrivato in Siria negli anni ’80, ha scoperto i ruderi del monastero di Mar Musa e ha deciso di riedificarlo, fondandovi una comunità monastica. Per oltre trent’anni si è impegnato nel dialogo islamo-cristiano, ma con lo scoppio delle prime manifestazioni, nel marzo del 2011, ha chiesto al governo di Bashar al-Assad di aprire il Paese alla democrazia e di ascoltare i manifestanti. Questo sua attivismo lo ha reso inviso alle autorità che nel 2012 decretarono la sua espulsione dal paese.

Nonostante la lontananza fisica da quello che considerava il suo popolo, Dall’Oglio non ha mai accettato la condizione dell’esilio passivo e ha fatto ritorno diverse volte in Siria. Un “innamorato dell’Islam credente in Gesù” si è sempre definito Dall’Oglio, ricalcando il titolo del suo libro più teologico nel quale spiegava il suo rapporto spirituale con l’Islam: “Vivo la mia relazione con l’Islam come una specie di appartenenza”, ha scritto. “Ma siamo chiari, la mia fede cristiana non è mai camuffata o diminuita da questa appartenenza; al contrario, vuole essere ortodossa, totale e fedele alla sua specifica dinamica. Quando dico che appartengo all’Islam, voglio dire che dal punto di vista culturale, linguistico e simbolico, mi sento profondamente a casa nel mondo musulmano”. D’altra parte, padre Paolo Dall’Oglio nelle sue pagine fa notare che Islam e cristianesimo arabo sono facilitati a dialogare perché parlano la stessa lingua e si rivolgono a Dio usando lo stesso nome: Allah.

Questa visione ha spinto Dall’Oglio, che si è sempre considerato un allievo del teologo Louis Massignon, a scrivere che “un giorno, forse, un discernimento della Chiesa l’avrebbe condotta a riconoscere la sincerità e il ruolo di Muhammad (Maometto)”. Questa sua vocazione spirituale è maturata nel periodo adolescenziale in cui ha avuto grande influenza anche l’ambiente famigliare, lo scoutismo, l’amore per la montagna e il silenzio. E’ infatti il silenzio del deserto (come quello di Mar Musa), che nella Bibbia viene richiamato spesso – Gesù e il deserto, Elia e il deserto, Mosè e il deserto -, a trasformarsi in un luogo vuoto, perché privo della vegetazione carica di misteri naturali, che mette in dialogo l’io con Dio diventato presenza. Il deserto siriano, il suo vuoto, che ha circondato per tante notti Dall’Oglio, ha fatto da contorno allo sviluppo di una vita straordinaria incentrata al dialogo.

A distanza di tre anni dal rapimento di padre Paolo Dall’Oglio, molti eventi hanno scosso l’Europa ponendo in primo piano la questione della convivenza interreligiosa. La missione di questo gesuita italiano che ha fatto del dialogo con l’Islam la sua ragione umana e spirituale, può forse aiutare alla necessaria comprensione dell’oggi.