Era appena uscito di casa per andare al lavoro, erano le 7,45. Dopo qualche decina di metri, all’angolo tra via Bogdan Khmelnitski e via Ivan Franko, non lontano dal teatro dell’Opera di Kiev, la sua auto è esplosa. Pavel Sheremet è morto sul colpo. Giornalista liberale della Ukrainska Pravda, viveva in Ucraina da cinque anni, prima lavorava alla tv di Stato russa. A ucciderlo “è stato un ordigno artigianale dalla potenza di 400-600 grammi di tritolo, possibilmente a controllo remoto o ad azione ritardata”, ha fatto sapere Zorian Shkiriak, consigliere del ministro dell’Interno ucraino, secondo cui “non può essere esclusa la pista russa“.

Nato il 28 novembre 1971 a Minsk, dove si era laureato in Economia internazionale, Sheremet era stato un aspro oppositore del governo del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e, successivamente, del Cremlino.  Dopo aver lavorato diversi anni per la tv russa, Sheremet si era dimesso nel 2014 perché in disaccordo con la politica di Vladimir Putin sulla questione ucraina: era contrario all’annessione della Crimea da parte di Mosca. Nello stesso anno si era quindi trasferito definitivamente a Kiev per scrivere su Ukrainska Pravda, con cui collaborava già dal 2012.
Secondo la testata online Meduza, Sheremet era amico di Boris Nemtsov, l’oppositore freddato a colpi di pistola a fine febbraio 2015 a due passi dal Cremlino.

Nel 1997, quando era responsabile dell’ufficio di Minsk del primo canale russo (Ort), Sheremet era stato stato arrestato e aveva passato tre mesi dietro le sbarre dopo essere stato condannato a due anni (con la condizionale) con l’accusa di aver attraversato illegalmente il confine con la Lituania, di aver preso soldi da servizi speciali stranieri e di aver svolto attività giornalistica illegale. Nel 2004 era stato malmenato a Minsk da sconosciuti forse per le sue dichiarazioni sull’assenza di libere elezioni in Bielorussia.

“Mi pare che l’attentato sia stato fatto con un unico scopo: destabilizzare la situazione nel paese”, ha commentato Petro Poroshenko. Il presidente ucraino ha chiesto alle forze dell’ordine di indagare velocemente assicurando, in una dichiarazione su Facebook, che “i responsabili saranno puniti”. E il capo della polizia ucraina, Khatia Dekanoidze, ha fatto sapere che alle indagini prenderà parte anche l’Fbi. “Ho appena incontrato i rappresentanti dell’Fbi in Ucraina – ha detto Dekanoidze – e anche loro saranno coinvolti nelle indagini. Spero molto che domani o dopodomani i nostri colleghi stranieri arriveranno per aiutarci nelle investigazioni”.

La risposta di Mosca non si è fatta attendere con una dichiarazione del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov che ha ricordato che Sheremet era cittadino russo. “L’assassinio di un cittadino russo e di un giornalista in Ucraina è fonte di grave preoccupazione per il Cremlino – ha detto Peskov – noi speriamo che venga condotta una veloce e imparziale inchiesta per portare di fronte alla giustizia i mandanti di questo omicidio”.

“Purtroppo il trasferimento in Ucraina gli è stato fatale – si legge in una nota diramata dal ministero degli Esteri russo – Sheremet è diventato un’altra vittima del sistema creatosi in questo Paese”. “In Russia, nonostante le differenze nei punti di vista, per lui non c’era mai stata la minaccia di violenze fisiche per la sua attività professionale”, prosegue la nota, che accusa le autorità ucraine “attuali, che ricevono appoggio dai loro sostenitori euroatlantici per i presunti successi nello sviluppo di riforme democratiche”, di “non essere riuscite a garantire la sicurezza” del giornalista.

Il ministero risponde anche alle accuse che Kiev ha indirizzato a Mosca non escludendo lo zampino dei servizi segreti russi nell’assassinio: “Come succede spesso nella realtà dell’Ucraina di oggi – si legge sempre nel comunicato -, sono apparsi subito quelli che nella loro coscienza avvelenata dalla russofobia hanno visto in questo crudele omicidio una certa ‘pista russà. Non è la prima morte tragica di giornalisti in Ucraina”.