La pubblicazione delle illuminanti valutazioni del team anti-radicalizzazioni del Centro Entre-nous di Nizza, relative al massacro avvenuto nella loro città tra il 14 e il 15 luglio, rende ancora più scoraggianti le invettive a casaccio fatte risuonare all’unisono dai propugnatori dell’occidente alle crociate; anche questi giorni.

Specie considerando che tali scoppi di umoralità sono lo specchio fedele dello stato d’animo imperante e – al tempo stesso – l’effetto di un terribile trompe-l’oeil, la rappresentazione ingannevole di quanto è accaduto e sta accadendo; foriera dei clamorosi errori nel contrasto del conglomerato di fenomeni che accorpiamo, con pericoloso eccesso di semplificazione, nel concetto omnibus di terrorismo. Un processo mentale che riduce la ricerca di soluzioni alla pura esibizione muscolare, azzerando uno dei principali punti di forza della civiltà occidentale: la capacità di decostruire e distinguere.

Mentre gli attentati di Atocha (Madrid, 11 marzo 2004) e alla metropolitana di Londra (7 luglio 2005) sono probabilmente risposte islamiche all’invasione dell’Iraq nel marzo 2003 – dunque, provenienti dal lontano milieu medio orientale sovvertito dalla svolta bellicista americana dopo l’attacco alle Torri Gemelle di Al-Quaida (11 settembre 2001) – ben altre risultano essere le matrici delle più recenti tragedie francesi avvenute in questi anni. Come gli analisti nizzardi confermano ed evidenziano, lo stragista Mohamed Lahouaiej Bouhlel non è minimamente riconducibile allo jihadismo o affiliate varie. Si tratterebbe invece di un disadattato violento e carico d’odio contro il mondo intero, quanto privo di motivazioni religiose e tantomeno praticante.

Il quadro che emerge è l’ulteriore conferma di ciò che gli esponenti migliori della tradizione razionalista francese ci hanno spiegato: da Jean Daniel (Nouvel Observateur), dopo l’insorgenza dei casseur nella banlieu parigina dell’ottobre 2005, fino a Marcel Gauchet (docente all’École des Hautes Études en Sciences Sociales), nei suoi seminari in tempo reale dopo la strage di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, gli intellettuali francesi sono concordi nell’affermare che la rabbia assassina non viene da lontano, ma nasce in casa per il disagio sociale e psicologico creato dal vuoto di politiche attente alla questione. Ossia il clamoroso fallimento dei processi di integrazione che vede l’epicentro proprio nell’esagono francese perché qui l’immigrazione ha una più lunga datazione, arrivando alle terze generazioni.

Appunto, rabbia sociale mai percepita dai quartieri-vetrina delle nostre metropoli e – quindi – mai disinnescata. Il bagno di coltura in cui sono cresciuti questi ragazzi probabilmente radicalizzati nelle carceri in cui erano finiti per atti di micro-criminalità. Come un reduce dalla galera era anche l’immigrato tunisino Bouhlel.

Di conseguenza la patina religiosa islamica è soltanto un format per accatastarvi e finalizzare confusi risentimenti, mentre le etichette del terrorismo si riducono a un’affiliazione da franchising. E se stanno così le cose, il disinnesco del fenomeno sanguinario va ricercato nella politica, non nelle parate belliche destinate a non centrare mai un bersaglio che non si incarna in armate bensì nella rabbia.

Resta da capire perché i nostri governanti, che hanno strumenti ben più sofisticati degli assistenti sociali di Nizza o di qualche professore universitario illuminato, continuino nella rappresentazione ingannevole della guerra di civiltà.

Le ragioni possono essere molteplici: 1) dover riconoscere che l’insicurezza che devasta le nostre vite dipende dagli scriteriati calci tracotanti dati al termitaio mediorientale; 2) dover ammettere che l’assunzione da parte del ceto politico del ruolo di garante delle disuguaglianze sta facendo esplodere le nostre periferie; 3) dover mostrare la propria macroscopica incapacità nel curare la società dai propri mali incancreniti.

Molto meglio sfilare sugli Champs Elisée e intonare la marsigliese (o altri venerandi gingle retorici), con il patriottismo quale suprema foglia di fico.

Come disse Samuel Johnson, “il patriottismo è l’ultimo rifugio della canaglia”.