Se già il trattato sui migranti tra Unione europea e Turchia era in pericolo visti gli scarsi risultati prodotti dal 20 marzo ad oggi, l’ultimo attentato all’aeroporto di Istanbul potrebbe essere il colpo di grazia. Eppure, nonostante questo, Ankara e Bruxelles sono costrette a proseguire i loro negoziati per l’inclusione della Turchia nella famiglia dell’Unione europea (cominciati nell’ottobre 2005), se non altro per salvare loro stesse. Ankara per uscire da un isolamento regionale patito per molto tempo, Bruxelles per continuare a sperare in una soluzione alla crisi dei migranti e per continuare a sognare di essere un polo d’attrazione. È questo il paradosso in cui si trovano Europa e Turchia all’indomani dell’attacco presumibilmente condotto dall’Isis all’aeroporto Ataturk.

“Il trattato Ue-Turchia rispetto ad altri è primitivo, rozzo. C’è un do ut des molto chiaro e semplice, non è composto da molte parti – sostiene Fabrizio Tassinari, ricercatore del Danish Institute for International Studies, tra i componenti del gruppo di ricerca Feuture (Future of Eu Turkey relations), un think tank specializzato nelle relazioni turco-europee – così com’è nato rapidamente, altrettanto rapidamente si può sciogliere”. Tra i fattori che potrebbero concorre alla sua fine, c’è anche il terrorismo. E soprattutto le regole per combatterlo.

Il Parlamento europeo, che gestisce il dossier turco insieme alla Commissione, ha congelato la concessione della libertà di viaggiare in Europa senza visti (il vero scopo di Ankara) in attesa della soddisfazione di sette “benchmark”. Tra questi requisiti, il più difficile da mandare gù per il presidente Recep Tayyip Erdogan è la modifica della legge antiterrorismo, oggi considerata inadatta agli standard europei di garanzia dei diritti umani. “La Turchia non cambierà mai nelle condizioni attuali – aggiunge Tassinari – e questo potrebbe essere il classico casus belli che fa saltare tutto perché la Turchia ha delle priorità che nulla hanno a che fare con la modifica di questa legge. Questa sembra una foglia di fico politica per non far passare i visti liberi verso l’Europa, dato che tanti Paesi, in fondo, non ne sono convinti”. Ogni gruppo parlamentare ha il suo motivo: dalla critica radicale al governo del trattato sui migranti, fino al timore che senza la necessità di un visto i turchi entrino in Europa in massa.

“Non penso che le le autorità turche abbiano mai avuto la reale intenzione di cambiare la legge antiterrorismo nemmeno dall’inizio dei nuovi negoziati tra Turchia e Unione europea per l’inclusione. Non solo per via della tensione che c’è nella zona sud del Paese, ma anche perché la legge permette alle autorità turche di zittire qualunque critica o opposizione”. A confermare l’improbabilità di una “linea morbida” sull’antiterrorismo è Orhan Dede, analista turco dello European Policy Center, secondo cui però “l’ultimo attentato non dovrebbe avere effetti sull’accordo tra le parti”.

Secondo Dede, nonostante sia tra i benchmark da soddisfare per proseguire i negoziati, l’assenza di una riforma nella legge antiterrorismo non inciderà sull’accordo sui migranti: “Primo, perché a prescindere dalle politiche interne di entrambe le parti, il trattato sui rifugiati è improbabile che porti a risultati finché non si affronterò il problema laddove ha sede, cioè in Siria. Penso che comunque le due parti dovranno rimanere fedeli al trattato più che possono, visto che non ci sono altre alternative disponibili”. Per nessuno dei due: l’Europa ha costruito la sua risposta alla crisi dei migranti sul trattato con la Turchia, mentre Ankara in questi anni ha subito “un’alienazione politica nella sua area” – come la definisce Dede – della quale si è resa conto solo ora. Per uscirne, il presidente Erdogan ha iniziato “a ricostruire buone relazioni non solo con Israele o la Russia, ma anche con l’Egitto, forse addirittura con Cipro e la Siria”. E non può fare a meno dell’Ue.

Non che Bruxelles, rispetto ad Ankara, sia in una condizione di chissà quale vantaggio nelle trattative. Ancora Fabrizio Tassinari del Danish Institute for International Studies: “Il concetto dell’Europa free-visa era l’unica condizione che poteva attrarre la Turchia, che per il resto guarda altrove. Bruxelles pensa di essere un polo magnetico al pari di dieci anni fa, ma ormai quella stagione è finita. E l’Europa non può continuare a pensare di gestire la propria politica estera portando altri Stati al suo interno, è una contraddizione in termini”. Per altro, sottolinea Tassinari, oggi i politici turchi sostengono “che l’Ue debba entrare in Turchia e non viceversa: una battuta che la dice lunga sulla considerazione dell’Unione”. Ma a Bruxelles, ragiona il ricercatore, sembra che questo vento di contestazione sia destinato a esaurirsi e si tira dritti per la stessa strada di sempre. Anche dopo il risultato del referendum sulla Brexit. A testimonianza di questo, c’è l’ultima notizia dell’apertura dell’ennesimo capitolo dei negoziati di adesione, relativo al controllo del bilancio. “I negoziati però prima o poi vanno chiusi, altrimenti non servono”, nota Tassinari. E in questo Turchia e UE non sono dei campioni.

Con il caos in Turchia e l’inefficienza sostanziale dell’accordo sui migranti, c’è da aspettarsi che ricomincino ad aumentare gli arrivi in Grecia, sostiene poi Dede del Migration Policy Center di Bruxelles, “semplicemente perché la situazione in Siria non migliora”. Certo, se un effetto c’è stato nel trattato Ue-Turchia è stato ridurre gli sbarchi “anche grazie all’aumento della sorveglianza sulle coste greche e alle missioni di pattugliamento della Nato nell’Egeo”. Ma è troppo poco per giustificare l’impegno europeo. L’Europa ha promesso un sostegno complessivo da 3 miliardi di euro per la gestione dei migranti e ha inserito la Turchia nella lista dei “third safe country”, “terzo Paese sicuro” per l’accoglienza dei profughi. In realtà, la Turchia è sempre più instabile e i migranti rischiano di essere uccisi dalle forze dell’ordine turche come hanno denunciato diverse ong il 19 giugno. Gli europarlamentari del Comitato Libertà civili, giustizia e affari interni hanno chiesto che la Commissione europea verifichi le informazioni. Fino ad oggi non hanno ottenuto ancora una risposta.