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Continua la crisi politica in Romania: il Parlamento non vota la fiducia al premier designato Muresan. E l’estrema destra è prima nei sondaggi

Dallo scorso giugno la Romania, con i dati economici in costante peggioramento, è priva di un governo che goda dei poteri previsti e il premier Bolojan continua a ricoprire l’incarico ad interim mentre tutti i possibili successori vengono cassati
Continua la crisi politica in Romania: il Parlamento non vota la fiducia al premier designato Muresan. E l’estrema destra è prima nei sondaggi
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La crisi politica della Romania è sempre più grave e le opzioni tentate sinora per sbloccare la situazione si sono rivelate fallimentari. Il primo ministro designato Siegfried Muresan non ha ottenuto la fiducia parlamentare necessaria per formare l’esecutivo, assicurandosi appena 182 voti favorevoli rispetto ai 233 che sarebbero stati necessari per dare vita al governo. Muresan, europarlamentare liberale di lungo corso, è il secondo uomo politico a essere bocciato dal Parlamento rumeno che, lo scorso giugno, non aveva dato la fiducia al premier designato Adrian Vestea. Le designazioni fatte dal Presidente della Repubblica Nicusor Dan, al potere dal 2025, liberale ed europeista, non hanno incontrato i favori di un Parlamento dove la sinistra euroscettica dei Socialdemocratici e l’ultradestra dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni occupano poco meno della metà degli scranni. I sondaggi più recenti indicano che la destra radicale è largamente in testa nelle intenzioni di voto, con il 34-40% dei consensi, seguita a distanza significativa da Socialdemocratici e conservatori europeisti.

Le elezioni parlamentari più recenti, svoltesi nel giugno 2024, hanno dato vita a una serie di esecutivi di breve durata come quello guidato dal socialdemocratico Marcel Ciolacu, accusato di autoritarismo dalle opposizioni e di cattiva gestione dell’economia dopo la pessima performance fatta registrare da Bucarest a livello d’inflazione e debito estero. Ciolacu, già al potere prima del voto ed al governo con il centrodestra del Partito Nazional Liberale (PNL), si è dimesso nel maggio 2025 e a giugno 2025 si è insediato un nuovo esecutivo guidato da Ilie Bolojan, membro del PNL, sempre in coalizione con i Socialdemocratici. L’obiettivo del governo era di realizzare le riforme economiche necessarie a rimettere in carreggiata Bucarest, ma i tagli alla pubblica amministrazione e la necessità di puntare sull’austerity ne hanno determinato la caduta dopo appena un anno.

Dallo scorso giugno la Romania è priva di un governo che goda dei poteri previsti e Bolojan continua a ricoprire l’incarico di premier ad interim mentre tutti i possibili successori vengono cassati dal Parlamento. L’economia del Paese, che sembrava essersi parzialmente ripresa grazie agli interventi di Bolojan, attraversa una nuova fase critica. L’alto deficit di bilancio e la crisi potrebbero determinare, secondo quanto riferito da un’analisi realizzata da Capital Economics, una contrazione dell’1% del Pil per il 2026. Il debito pubblico, che nel 2025 era pari al 59,3% del Pil, crescerà toccando il 61,8% nel 2026 e il 64,3% nel 2028. Secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) il Pil si contrarrà dello 0,2% nel 2026 e crescerà dell’ 1,8% nel 2027.

La Romania è una delle nazioni più povere dell’Unione europea, con significative problematiche che affliggono le aree rurali e con una percentuale significativa della popolazione che vive ancora in abitazioni non collegate al sistema idrico oppure alle fognature. L’ingresso nell’Ue, avvenuto nel 2007, ha contribuito a migliorare in maniera significativa le condizioni di vita della popolazione ma non ha eliminato il gap preesistente con l’Europa occidentale e centrale. L’adozione dell’euro, viste le condizioni dell’economia, è un obiettivo piuttosto lontano mentre la piena integrazione nell’area Schengen è avvenuta nel 2025 dopo oltre 14 anni di attesa, ripetuti veti da altri Stati membri e boicottaggi. Questa situazione, unita alle difficoltà economiche, la diffusa corruzione politica e l’attuale crisi di governo contribuiscono a far crescere i consensi della destra radicale che, in caso di nuove elezioni, formerebbe con tutta probabilità il prossimo governo.

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