Una ricapitalizzazione preventiva, a titolo precauzionale, a carico dello Stato. Che interverrebbe direttamente o attraverso la Cassa depositi e prestiti, diluendo gli altri azionisti che dunque si accollerebbero una parte di perdite. E’ questa la soluzione che secondo Il Sole 24 Ore e La Stampa in questo momento appare più probabile e più facilmente attuabile per il Monte dei Paschi di Siena. Dopo il tonfo del 14% di lunedì la banca è affondata di un ulteriore 19,4% a Piazza Affari, dove ha aggiornato i minimi storici: il titolo vale ora 26 centesimi. E la Consob ha disposto il divieto temporaneo alle vendite allo scoperto sul titolo Mps per l’intera seduta del 6 luglio. Nel frattempo gli analisti fanno i conti in tasca a Rocca Salimbeni: secondo quelli di Intermonte una riduzione dei non performing loans al 20% del totale dei crediti entro il 2018, come chiesto dalla Bce, imporrebbe all’istituto di varare un aumento di capitale da 2 miliardi di euro. E Piazzetta Cuccia avverte che in caso di bail in l’effetto domino rischia di travolgere tutto il sistema.

La partecipazione dello Stato all’aumento con un costo per gli altri azionisti – Il quotidiano di Confindustria spiega che la ricapitalizzazione preventiva è l’unica forma di aiuto di Stato che non fa scattare il bail in, cioè il salvataggio a spese di soci, obbligazionisti e correntisti con più di 100mila euro sul conto. Ed è una strada “contemplata”, a condizione che l’istituto sia solvente, “dalla direttiva europea Brrd“, quella appunto che disciplina la risoluzione delle crisi bancarie, perché diluisce il capitale e ha quindi un costo per gli azionisti. Lo schema delineato da Sole e Stampa prevede l’intervento del Tesoro – già socio della banca con il 4% – o della sua partecipata in fase di aumento di capitale, operazione che per l’istituto senese potrebbe rendersi indispensabile alla luce dei risultati degli stress test della Bce che verranno resi noti il 29 luglio. L’Eurotower, come emerso lunedì, ha infatti chiesto al Monte di ridurre le sofferenze di 10 miliardi entro il 2018, ma venderle a prezzi di mercato causerebbe una perdita superiore agli accantonamenti messi a bilancio finora. A valle della ricapitalizzazione precauzionale la banca sarebbe abbastanza solida da poter cedere gli Npl al fondo Atlante a prezzi più bassi rispetto al valore di libro.

Alesina, Giavazzi e Zingales a favore dell’intervento pubblico ma “senza favori” – Anche il Corriere della Sera avvalora la strada della ricapitalizzazione pubblica preliminare. In un’analisi pubblicata sempre dal quotidiano di via Solferino Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sostengono la necessità di una via italiana al Tarp, il programma di sostegno statale alle banche varato negli Usa dopo la crisi del 2008 tramite l’emissione di nuove azioni acquistate dal governo e con conseguente riduzione del valore di quelle vecchie, “con perdite significative per i vecchi azionisti”. Se il fondo Atlante acquisterà le sofferenze delle banche allo stesso prezzo a cui sono valutate a bilancio, cioè circa 40 centesimi per ogni euro, “poiché Atlante è un fondo privato il gioco è fatto”, scrivono. “Il giorno dopo lo Stato potrebbe acquistare tutte le sofferenze pagandole 40 – che a quel punto è diventato il prezzo di mercato – e le banche sono salve“. Ma in questo modo lo Stato “farebbe un regalo alle banche”. I due economisti auspicano invece che l’intervento prenda la forma delineata da Luigi Zingales sul Sole 24 Ore la settimana scorsa: “Un intervento sul capitale” fatto “direttamente dallo Stato invocando la clausola dei problemi sistemici o attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, che è al di fuori del perimetro dello Stato”. Se non avviene “non è per colpa dell’Europa”, aveva scritto Zingales, “ma perché non piace ai banchieri, che vedrebbero azzerarsi il valore delle loro stock option, e alle fondazioni bancarie, i grandi azionisti delle banche, che perderebbero la maggior parte del loro patrimonio”.

Mediobanca: “Anche compensando i piccoli risparmiatori, il bail in comporta un contagio del sistema” – Mediobanca intanto mette in guardia sulle conseguenze di un eventuale bail-in di Mps, anche se circoscritto ai soli obbligazionisti istituzionali. Da un lato, si legge in un report di Piazzetta Cuccia, “non è facile separare gli investitori retail da quelli istituzionali e perciò evitare il contagio del sistema e una potenziale fuga dei depositi“. Dall’altro un contributo degli investitori istituzionali al bail-in “comporta il contagio del sistema con costi molto più alti chiesti dal mercato per le emissioni di tutte le istituzioni finanziarie del Paese”. Per Banca Akros “la questione chiave resta la valutazione che Mps otterrà dalla dismissione degli Npl”: il mercato in questa fase ritiene che “la banca non sarà in grado di ottenere più del 20% del valore di libro”, ipotesi che Akros ritiene “lo scenario più negativo” tra quelli ipotizzabili. In tal caso il fabbisogno di capitale richiesto ammonterebbe a circa 1,8 miliardi.