Fosse stato meno ottuso e pieno di sé, Erdogan avrebbe potuto passare alla storia come l’artefice della pace fra Kurdi e Turchi e il nuovo Atatürk, promotore, insieme al leader kurdo Abdullah Ocalan, di una nuova fase della storia turca basata su una Costituzione federale e democratica e un’effettiva parità di diritti tra tutti i cittadini. Ma così non è stato. L’aspirante califfo, drogato dalla sua smodata ambizione, ha lasciato cadere nel nulla le serie e convinte offerte di pace che Ocalan aveva formulato poco più di tre anni fa nella lettera che era stata letta ad una folla enorme e plaudente in occasione della tradizionale festività kurda del Newroz. Invece di seguire il cammino di pace contenuto in quella importante missiva, Erdogan ha voluto tentare la carta della leadership sunnita e del rovesciamento del rivale Assad cominciando a sponsorizzare gruppi terroristici, tra i quali anche l’Isis, appoggiato in vario modo, dall’invio delle armi, all’acquisto del petrolio, all’accoglienza nei confronti dei foreign fighters provenienti dall’Occidente e dal mondo arabo che andavano a ingrossare le fila del Califfo. Si tratta di una scelta documentata, nonostante l’aspirante Sultano abbia tentato di cancellarne le tracce reprimendo in modo selvaggio chiunque (militari, poliziotti, avvocati, giudici o giornalisti) si azzardasse a parlarne.

Il calcolo cinico e spregiudicato di Erdogan si è però rivelato sbagliato. Era convinto che le orde fondamentaliste dell’Isis potessero dilagare in Siria ed Iraq, consegnandogli in poco tempo su un piatto d’argento importanti fette di tali Stati e consentendogli di instaurare un rapporto di vassallaggio con lo Stato islamico, aspirando a contendere all’Arabia Saudita il ruolo di protettore e leader delle destre sunnite di tutta l’area medio-orientale. Ma aveva fatto i conti senza l’oste. La resistenza delle forze curde dell’Ypg (Unità di Protezione Popolare) e dell’Ypj (Unità di Protezione delle Donne) a Kobane, il contrattacco del Pkk nel Sinjar, la formazione nelle zone difese dall’attacco terroristico di milizie popolari non solo kurde, ma di varia origine etnica e religiosa, hanno scompaginato i suoi piani. Parallelamente si è trovato di fronte all’affermazione elettorale del partito di sinistra, egemone nelle zone curde, Hdp (Partito Democratico del Popolo), per contrastare la quale ha fatto ricorso in tutti i modi all’arma del terrorismo di Stato, ottenendo un certo risultato alle elezioni di novembre.

Per tali motivi Erdogan ha scelto la guerra ed è diventato “un criminale di guerra”, come denunciato di recente da politici e avvocati tedeschi, che hanno avviato un procedimento penale contro di lui di fronte ai tribunali tedeschi in relazione alle stragi di civili compiute dalle sue Forze Armate in varie località curde, da Cizre a Sur (quartiere della capitale curda Diyarbakir) ad altre ancora.

La situazione cui ci si trova di fronte nell’area è paradossale. E’ evidente a tutti, e al governo statunitense per primo, che se ci si vuole davvero liberare dell’Isis è necessario combattere al fianco dei curdi che stanno attualmente puntando sulla capitale del Califfato, Raqqah. Per questo alcuni appartenenti alle forze speciali statunitensi che combattono in Siria hanno indossato i distintivi dell’YPG, suscitando le proteste del governo turco. Non è tuttavia del tutto chiaro se Obama voglia davvero eliminare l’Isis. Al tempo stesso Erdogan, avvedutosi in certa misura della sua criminale dabbenaggine, ha tentato maldestramente di scaricare i fondamentalisti. Ma la serpe che si era allevato in seno si è rivoltata contro di lui e contro il popolo turco, come dimostrato da ultimo dall’attentato di Istanbul. Il presidente turco, mentre intensifica i massacri nei confronti della popolazione civile curda, chiede perdono alla Russia per l’abbattimento dell’aereo sukhoi in territorio siriano, e fa la pace con Israele. Ma i suoi alleati principali restano i codardi governanti europei servi della finanza parassitaria, con in testa la Merkel e Renzi, i quali, non meno scellerati del loro protetto, si illudono che la Turchia possa costituire una soluzione al problema dei rifugiati causati dalle loro politiche. In realtà ottengono solo nuovi crimini anche contro i richiedenti asilo per i quali la Turchia non è assolutamente un Paese sicuro, e un certo spostamento dei flussi inarrestabili che tornano a spingersi verso l’Italia.

Si conferma insomma che la responsabilità di quanto avviene nella tormentata area medio-orientale è in massima parte occidentale e specie europea. Il regime dittatoriale e criminale di Erdogan è l’altra faccia dell’Europa indebolita dal Brexit e avviata verso un finale quantomai triste e irreversibile. Chi invece ha a cuore il futuro dei cittadini europei deve capire fino in fondo la necessità di garantire un appoggio costante e coerente alle forze democratiche turche e curde che vogliono rottamare il megalomane che sta causando lutti sempre maggiori e insopportabili. Nella speranza di rottamare ben presto, insieme all’ex futuro Sultano, l’insulsa e fallimentare attuale classe politica europea, fra cui il “nostro” Matteo Renzi.