Poche ore al D-Day per la Gran Bretagna. Si saprà giovedì alle prime luci dell’alba se Albione confermerà perfidia e spregiudicatezza e volterà le spalle all’Unione Europea. Nell’attesa dei risultati, senza il conforto degli exit poll, i paladini del Leave e del Remain si scambiano le ultime battute della campagna referendaria. Nigel Farage, leader del partito euroscettico Ukip, ha tirato la staffilata finale. Sbiadito il lutto per la morte della deputata laburista Jo Cox alla vigilia del referendum sulla Brexit cerca di rinvigorire il partito dell’addio con una formula: il 23 giugno sarà “independence day” per i britannici. In un intervento nel centro di Londra ha bersagliato ancora una volta l’Ue, definendola come un “cartello del grande business” che tarpa le ali all’economia del Regno Unito. E sostenendo che il processo di dissoluzione dell’Unione è inarrestabile: “Anche se noi scegliamo Remain saranno la Danimarca o l’Olanda che voteranno per uscire”.

A Farage ha replicato David Cameron: “È un assurdità” parlare di ”independence day”. Il premier britannico, leader non ufficiale dei Remain alle prese anche con i favorevoli al Leave tra i componenti del suo stesso governo, ha criticato nuovamente Farage, l’ex sindaco di Londra, il conservatore Boris Johnson, che nei loro ultimi comizi in favore del divorzio da Bruxelles hanno evocato un giorno dell’indipendenza per il Regno Unito: “Il Paese è pienamente sovrano e questa consultazione popolare ne è la riprova”. “Voglio restare in Europa per cambiarla – ha detto il leader laburista Jeremy Corbyn nel suo ultimo intervento – .L’Unione ha bisogno di molte riforme”, ha aggiunto sottolineando che però queste si devono fare dall’interno e che Bruxelles garantisce già i “diritti di base”, a partire da quelli per i lavoratori.

Da Bruxelles arriva l’ennesimo avvertimento agli elettori britannici. Un voto “fuori è fuori” dall’Ue, ha detto il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker a margine dell’incontro con il cancelliere austriaco Christian Kern. “Voglio dire agli elettori britannici – ha messo in chiaro Juncker – che non ci sarà nessun altro tipo di negoziato” dopo quello già concluso a febbraio con l’Ue dove il premier David “Cameron ha ottenuto il massimo di quello che poteva avere e noi abbiamo concesso il massimo di quello che potevamo dare”. La Commissione Ue “non gioca un ruolo” nel voto di domani ma, ha ribadito, “è una cosa buona che la Gran Bretagna resti nell’Ue”. “Bisogna però vedere il risultato delle urne“, ha aggiunto cauto, rifiutandosi di aggiungere altro alle domande in caso di voto finale a favore della Brexit.

Alla fine, paradossalmente, a decidere sarà chi non ha ancora deciso. Come ormai avviene in ogni tornata elettorale il partito degli indecisi e quello degli astensionisti potrebbero essere decisivi. Gli ultimi sondaggi danno un lievissimo vantaggio al fronte del Remain, ma con un blocco di un 10-11% di elettori che ancora non hanno fatto una scelta definitiva ma che alla fine saranno fondamentali nello spostare l’ago della bilancia. La media degli ultimi otto sondaggi a partire dal 15 giugno assegna il 45% a chi vuole rimanere in Europa, contro il 44% degli euroscettici e appunto un 10% di indecisi. Un sondaggio Survation-Ig pubblicato oggi conferma questa linea: Remain al 45%, Leave al 44% e l’11% che ancora non ha deciso. Il risultato finale appare dunque difficile da prevedere, malgrado l’omicidio della deputata Cox abbia, di fatto, rafforzato il fronte europeista.

In questo quadro fa riflettere che i leader politici scozzesi si schierino compatti per l’Unione Europea. Tutti gli ultimi cinque primi ministri ancora in vita e i capi dei vari partiti si sono uniti in un appello senza precedenti agli elettori pubblicato dal quotidiano locale Daily Record.

“Siamo in disaccordo su molte cose, ma questa questione va al di là della politica dei partiti”, affermano i firmatari, secondo i quali “rimanere in Europa e nel suo mercato unico di 500 milioni di persone è vitale per l’occupazione, gli investimenti e le opportunità per la popolazione scozzese”. Ma non si tratta solo di economia, i politico scozzesi sottolineano anche l’importanza dell’Unione Europea nel mantenere la pace nel nostro continente dopo la seconda guerra mondiale.

A firmare l’appello sono l’attuale primo ministro, la nazionalista Nicola Sturgeon, e i suoi predecessori: il compagno di partito Alex Salmond, i laburisti Jack McConnell e Henry McLeish, oltre al liberaldemocratico Jim Wallace. A loro si sono uniti i leader locali dei conservatori, i laburisti, i verdi e i liberaldemocratici. Gli scozzesi sono in genere più favorevoli all’Unione Europea degli inglesi: un fattore che giocò a favore della sconfitta del referendum sull’indipendenza della Scozia, dato che separarsi da Londra significava dover poi rinegoziare l’entrata nell’Ue. Ma se vincerà la Brexit gli scozzesi potrebbero chiedere un altro referendum sull’indipendenza e questa volta potrebbero vincerlo.