Elezioni Spagna, Sánchez punta al ribaltone e spera nell’affluenza. Ma per i sondaggi la sinistra è ancora indietro
“Dieci seggi e un rigore“. A un mese dalle elezioni spagnole, la formula ha cominciato a rimbalzare nei commenti degli analisti vicini ai socialisti di Pedro Sánchez. La firma originale è di The War Room, blog di analisi elettorale, e il senso è semplice: la partita non è chiusa, la distanza tra le coalizioni è breve e basta un episodio favorevole per ribaltare il risultato. È un messaggio pensato per tenere accesa la mobilitazione, e non sorprende che arrivi da quel versante. I dati, però, vanno in un’altra direzione. Stando alla media di 15 sondaggi aggiornata al 27 ottobre, il Partito popolare (Pp) è in testa con il 31%, davanti ai socialisti del Psoe al 27,3% e all’ultradestra di Vox al 18,9%. Più indietro la coalizione di sinisistra Sumar al 6,3%, Podemos al 2,9% ed la sinistra catalana di Erc al 2,3%. Sommati, Pp e Vox sfiorano il 50%, mentre Psoe, Sumar e Podemos si fermano intorno al 36,5%. Sono percentuali e non seggi, ma i sondaggi di inizio ottobre le avevano già tradotte in numeri: 203-204 deputati per le destre, contro una soglia di maggioranza assoluta fissata a 176.
A rispondere alla metafora calcistica è stato l’analista Luis Sancho, che sui social si è chiesto se la sinistra possa davvero impedire la maggioranza assoluta di Pp e Vox il 29 novembre. La sua risposta, basata sui sondaggi pubblicati finora, è netta: il suo modello la dà per “praticamente impossibile“, perché la sinistra ci riesce soltanto in una elezione simulata su cento. Non tutti però leggono i numeri allo stesso modo. José Miguel Becerra, amministratore delegato di Sw Demoscopia, sposa la teoria del “50 e 50”: oggi, dice, c’è un pareggio tecnico, e tutto dipenderà “fondamentalmente dalla mobilitazione”. Il suo ragionamento si regge su una regolarità storica. Quando vince la destra, in Spagna basta in media una partecipazione intorno al 69,5%, mentre la sinistra ha bisogno di arrivare a circa il 73%. “Se c’è mobilitazione, se va a votare molta gente”, il governo progressista avrebbe molte possibilità di essere confermato. Le due letture non si escludono del tutto. Il modello di Sancho fotografa i sondaggi così come sono, e la tesi di Becerra riguarda proprio ciò che i sondaggi faticano a catturare, cioè chi andrà davvero alle urne.
Resta il fatto che oggi la distanza esiste, e la sinistra è chiamata a recuperarla. I movimenti più osservati in questi giorni riguardano il Senato: Vox ha annunciato non si presenterà nelle isole Baleari, lasciando al Pp i voti della destra. La replica è arrivata in meno di ventiquattr’ore: Frente Amplio-Comuns e i socialisti di Catalogna (Psc) hanno firmato un patto in base al quale i Comuns ritirano le proprie liste per il Senato a Girona, Lleida e Tarragona. In cambio, i socialisti si sono impegnati a designare un senatore proposto dalla formazione di Ada Colau. La strategia si basa sulla concentrazione del voto: la Catalogna elegge 16 senatori, quattro per provincia, e oggi il Psoe ne ha 12, tre per ciascuna. Il quarto seggio è l’unico davvero contendibile, e a Tarragona l’intesa tra Pp e Vox metteva a rischio proprio uno dei senatori socialisti. Se a sinistra restano in lizza soltanto il Psc ed Esquerra, i voti non si disperdono e i seggi diventano più sicuri. La partita ha un peso che spesso sfugge. Il Senato è oggi a maggioranza popolare, e chi lo controlla può rallentare leggi, nomine e iniziative del governo. Anche in caso di sconfitta dei socialisti, tenere un presidio nella Camera alta renderebbe più difficile la vita a un esecutivo di destra.
Su questo quadro pesa un fattore che nessun sondaggio ha ancora misurato. Mercoledì 28 ottobre, a Urda, in provincia di Toledo, due treni ad alta velocità si sono scontrati causando almeno 68 morti. Il governo ha proclamato tre giorni di lutto ufficiale. Pedro Sánchez, sul luogo della tragedia, ha promesso di “arrivare fino in fondo” e ha detto che per un paese come la Spagna non è accettabile subire due incidenti sulla rete in un anno (il precedente era stato a gennaio) Il ministro dei Trasporti Óscar Puente ha attribuito l’incidente a una decisione “errata” del centro di controllo ferroviario e ha escluso le dimissioni. Il leader del Pp Alberto Núñez Feijóo ha chiesto un’indagine immediata e indipendente, oltre a quella giudiziaria. La reazione dei popolari è stata ponderata, quella di Vox no: il suo leader Santiago Abascal ha attaccato frontalmente il governo. L’incidente arriva nel momento peggiore, quando Sánchez stava cominciando a risalire nei sondaggi. Colpisce la credibilità di un esecutivo proprio sul terreno della buona gestione e costringe Puente, uno dei volti più efficaci della campagna del Psoe, a un profilo più istituzionale.
Insomma, tutti i ragionamenti valgono in attesa di capire se il disastro di Toledo ha penalizzato i partiti di governo. I sondaggi e i modelli citati sono precedenti alla tragedia, e le ipotesi sul tavolo sono almeno tre. Può esserci un effetto punizione, con una parte dell’elettorato moderato che si allontana da chi ha la responsabilità delle infrastrutture. Può esserci l’effetto opposto, perché le tragedie tendono a congelare la campagna e a far stringere il Paese attorno alle istituzioni. Oppure può non succedere nulla di misurabile, visto quanto sono cristallizzati i due blocchi. Per capire quale delle tre regge servirà aspettare i primi sondaggi post-incidente. Nel frattempo la destra parte avanti, la sinistra scommette sulla partecipazione e il pallone, per tornare alla metafora cara ai socialisti, è ancora sul dischetto.