“Quello che abbiamo visto dopo la sentenza non ci è piaciuto”. L’imputato, il brindisi e l’ex procuratore della Repubblica. Ovvero Luis Durnwalder, ex presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, e quell’incontro fortuito al Caffè Alan con Cuno Tarfusser, fino al 2009 capo dei pubblici ministeri altoatesini. Hanno lasciato il segno le polemiche seguite alla pubblicazione della fotografia che ritraeva Durnwalder mentre afferrava da un secchiello una bottiglia per festeggiare l’assoluzione. Perché accanto a lui, oltre all’avvocato difensore Aiello, c’era anche Tarfusser, che ora è giudice internazionale dell’Aja e che al processo aveva testimoniato, citato proprio dalla difesa.

Su quell’episodio ora entra in scena la sezione regionale dell’Associazione Nazionale Magistrati , con un giudizio severo. L’Anm, pur senza citarla, si occupa anche dell’interrogazione parlamentare presentata dal deputato Riccardo Fraccaro del M5S che ha segnalato come uno dei tre giudici del collegio che ha assolto Durnwalder dall’utilizzo del Fondo spese speciale appannaggio della presidenza (70 mila euro all’anno) è fratello di un avvocato presidente in una società di autotrasporti per il cui cda dallo scorso aprile Durnwalder è consulente. “Avrebbe dovuto astenersi” ha scritto Fraccaro.

Di questo tsunami giudiziario si occupa l’Anm dopo una settimana. “I magistrati requirenti di Bolzano hanno legittimamente esercitato l’azione penale nel processo a carico dell’ex governatore della Provincia di Bolzano. Un giudice dell’udienza preliminare ha deciso che il processo andava fatto. Tre giudici del Tribunale di Bolzano hanno al momento ritenuto che gli elementi probatori non fossero sufficienti per una condanna. Questa è fisiologia processuale”. Insomma, “ognuno ha fatto il suo dovere e, per quel che ci compete, non ci sembra che vi sia elemento alcuno, dotato di una minima concretezza, per dubitare ragionevolmente dell’imparzialità e dell’indipendenza dei tre giudici. I nostri colleghi, per quel che ci riguarda, continuano a meritare il nostro rispetto e la nostra fiducia”.

Il riferimento non può che essere all’interrogazione parlamentare del M5S che ha chiesto al ministro della giustizia se sia al corrente che uno dei giudici, Ivan Perathoner, è fratello dell’avvocato Christoph Perathoner, presidente della società Sad Trasporto Locale spa di cui Durnwalder è consulente. Ma nonostante questo possibile conflitto di interessi non ha ritenuto di astenersi. Sul punto l’Anm aggiunge: “La motivazione della sentenza è, come sempre, elemento di garanzia in quanto consentirà un controllo sociale sull’operato dei giudici, ferma restando la loro libertà di valutazione dei fatti e di interpretazione della legge”.

Arriva poi la questione del brindisi. Il giudizio dell’Anm è tranciante: “Non ci è piaciuto ciò che è successo dopo la pronunzia della sentenza, ma non vogliamo esprimere valutazioni sulla vicenda specifica, per non cadere anche noi nell’errore di voler a tutti i costi dire la nostra e dar ulteriore fuoco ad inutili polemiche. Offriamo solo ai cittadini ed ai colleghi la descrizione del nostro modello di magistrato”. Segue una valutazione severa delle commistioni politico-giudiziarie. “Noi vogliamo magistrati che stanno lontano dal potere politico–amministrativo nel cui territorio esercitano o hanno esercitato la giurisdizione, che siano consapevoli dell’importanza di apparire imparziali, che evitino, anche a costo di interrompere rapporti personali, di frequentare soggetti che avrebbero potuto o, per il futuro, potrebbero indagare e processare o, magari, che siano già state condannate”.

Un taglio netto, una visione molto rigorosa della toga giudicante. “Ci ispiriamo al modello di magistrato che si astiene dal dare valutazione sui processi in cui ha avuto o avrà parte, sulla stampa o in altri luoghi pubblici, ma che percorra fino in fondo solo ed esclusivamente la strada processuale, che è l’unica strada che ci compete”. Una posizione altrettanto netta per le toghe requirenti. “Ci piacciono i Pubblici Ministeri che possono affermare, senza poter essere smentiti, di non parlare mai dei loro processi con i giudici prima o durante il processo, se non nel corso delle udienze. Crediamo nel modello di giudice che si esprime sul processo solo in udienza e con la sua sentenza. Non è sempre facile rispettare tale modello, ma riteniamo che ogni sforzo in questa direzione ripaghi in termini di prestigio ed accettazione sociale del nostro ruolo”.