Se non fossero magistrati, con il compito di decidere le sorti di chi deve rivolgersi alla giustizia, ci sarebbe da sorridere dell’atteggiamento della procura di Siena sulla scomparsa di David Rossi, l’ex manager del Monte dei Paschi trovato morto il 6 marzo 2013. Quella notte il pm di turno, Nicola Marini, aprì un’inchiesta per istigazione al suicidio. Archiviata in pochi mesi e con errori investigativi più volte denunciati sia dalla stampa sia dai legali dei familiari di Rossi. Solo due anni dopo l’accaduto e con l’arrivo di un nuovo pm il fascicolo è stato riaperto. Ora, a distanza di oltre tre anni – durante i quali i familiari e gli stessi cittadini senesi hanno chiesto più volte e con forza la verità sulla scomparsa di Rossi – la procura di Siena si accorge di dover sentire alcuni testimoni diretti di quanto accaduto quella notte. Merito del New York Post che ha riacceso i riflettori – seppur con qualche inesattezza – sulla vicenda, pubblicando l’estratto di un video allegato agli atti dei magistrati nel marzo 2013, già in parte pubblicato dal Fatto Quotidiano e da Report. Video in cui si trovano chiaramente delle incongruenze rispetto alla ricostruzione ufficiale compiuta dalle indagini. Anzi: le perizie di parte hanno più volte sollevato dubbi su come fu svolta l’inchiesta sin da subito. Eppure per la procura era tutto da archiviare.

Una breve cronistoria può aiutare a comprendere. Il fascicolo aperto nel marzo 2013 è archiviato su richiesta di Marini e dell’aggiunto Natalini nell’estate 2013. Per il pm si tratta di suicidio. L’avvocato Luca Goracci, legale della vedova, nel settembre 2013 presenta al gip di Siena opposizione all’archiviazione allegando due perizie di parte: una realizzata dall’ingegnere Luca Scarselli sugli aspetti tecnici della caduta, una seconda svolta dal medico legale Gianaristide Norelli sulle risultanze dell’autopsia condotta dal professor Mario Gabrielli su nomina della procura. L’opposizione viene esaminata il 13 dicembre 2013 davanti al gip, Monica Gaggelli, e viene respinta il 6 marzo 2014: un anno esatto dopo la morte di David Rossi. Dunque archiviazione definitiva.

Poche settimane dopo Scarselli, studiando i filmati delle telecamere di sorveglianza, individua numerose incongruenze. La prima relativa alla durata del filmato: l’ora dell’inizio indicata sul video è 19.59 quella della fine è 21.04, quindi 65 minuti di registrazione. Invece il video allegato agli atti dei magistrati dura 58 minuti. La seconda: dai primi minuti del video in poi si vedono persone o ombre di persone entrare nel vicolo e avvicinarsi al cadavere di Rossi. Ancora: si vede un oggetto cadere mezz’ora dopo il corpo, alle 20.32. Infine ci sono dei fari che mostrano la presenza di un veicoli all’ingresso del vicolo. Vicolo che non è di regolare transito delle auto.

Questa perizia viene consegnata ai carabinieri di Siena in forma di esposto il 26 marzo 2014. Il 27 marzo gli uomini dell’Arma la consegnano a Marini, il quale la trasmette al gip accompagnata da una nota nella quale scrive che gli elementi indicati non “apportano alcuna novità” alle indagini.

E il gip archivia nuovamente il giorno successivo averla ricevuta. Il Fatto Quotidiano entra in possesso dei fascicoli di indagine. Perizie comprese. E pubblica tutte le incongruenze indicate dai periti di parte, le ipotesi che Rossi non fosse solo in ufficio e, infine, le mail che il manager mandò prima di morire all’ad Fabrizio Viola nelle quali annunciava l’intenzione di togliersi la vita. Oltre a estratti dai video: tutto negli atti dei magistrati.

Anche Report si occupa della vicenda Rossi e riporta le medesime perizie di parte. Ma l’inchiesta della procura di Siena rimane un ricordo. Anzi: quando Milena Gabanelli annuncia che la settimana successiva manderà in onda un servizio sulla scomparsa di David Rossi, i magistrati fanno un comunicato stampa per dire – prima ancora di vedere il servizio di Report – che l’inchiesta non sarà comunque riaperta.

Siamo al novembre 2014. I legali e i periti di parte non si danno per vinti. E viene incaricato un nuovo tecnico, il professor Giuseppe Sofia, a cui viene affidata una perizia grafologica sui bigliettini trovati nell’ufficio di Rossi e scritti di suo pugno. A gennaio 2015 iniziano altre perizie. Quattro: grafologica, medico legale, una sulla dinamica della caduta e un’altra sul filmato. Sono ancora più evidenti le falle dell’indagine iniziale. Le perizie vengono depositate a ottobre 2015 sempre alla procura di Siena dove, nel frattempo, è arrivato un nuovo pm: Andrea Boni. A lui vengono affidate dal procuratore capo Salvatore Vitello. E Boni nel novembre 2015 decide di riaprire il fascicolo e dispone nuove indagini – in particolare una seconda autopsia – e affida una perizia tecnica al Ris di Roma sulla dinamica della caduta, che sarà effettuata il prossimo 25 giugno.

Il 6 marzo 2016, in occasione dei tre anni dalla morte di Rossi, una manifestazione di cittadini (oltre mille) a Siena chiede la verità sulla scomparsa del manager. Dopo poche settimane il pm Boni riceve lettera di trasferimento ad altra procura e a fine giugno lascerà la città. Il fascicolo è stato affidato a un altro magistrato, Mario Gliozzi. A lui ora tocca l’ingrato compito di dover trovare dei riscontri convincenti: i dubbi sono troppi, come i testimoni mai sentiti né individuati.