Era stato interrogato due volte, nel 2013 e nel 2014. Ma non erano stati riscontrati elementi di prova sufficienti e l’attenzione su di lui si è allentata. Caso archiviato. E nonostante fosse stato sospettato di terrorismo, ha potuto comunque acquistare legalmente un fucile e una pistola la settimana scorsa. L’Fbi finisce nel mirino dopo avere ammesso che Omar Mateen, l’autore del massacro di Orlando, era stato indagato due volte perché iscritto nella lista nera dei simpatizzanti dell’Isis. Sulla strage nel locale gay in Florida si allunga proprio l’ombra dello Stato Islamico, dopo che lo stesso Mateen pare avesse giurato fedeltà ad Al Baghdadi in una telefonata al 911 prima della tragedia. E dopo la rivendicazione pubblicata dall’agenzia di stampa Amaq, vicina all’autoproclamato Califfato, arriva anche quella dall’emittente ufficiale del gruppo jihadista, radio Al-Bayan, che ha riferito come il 29enne fosse “uno dei soldati del Califfato in America“. Il capo della polizia di New York, Bill Bratton, ha inoltre duramente criticato la Nra, la potente lobby delle armi che appoggia il candidato repubblicano Donald Trump e che la scorsa settimana ha fatto una campagna per evitare che alle persone incluse nella lista no-fly del governo sia vietato l’acquisto delle armi. “L’idea che abbiamo una lista nera sui terroristi e una lista no-fly e che qualcuno su quelle liste possa comunque acquistare un’arma, è il più alto livello di follia”, ha detto Bratton alla Cnn.

Mateen era finito sotto il radar dell’intelligence Usa come Tamerlan Tsarnaev, il più vecchio dei due fratelli ceceni che hanno compiuto l’attentato alla maratona di Boston nel 2013. Ma questo non ha impedito le due stragi. Nel 2013, come ha riferito l’agente Ron Hopper dell’Fbi, Mateen era stato messo sotto inchiesta dopo i suoi “commenti provocatori con colleghi su possibili legami con i terroristi“. Fu interrogato due volte ma l’Fbi chiuse il caso perché non riuscì ad accertare i dettagli di quei commenti. Mateen fu indagato nuovamente l’anno successivo per i suoi possibili legami con Moner Mohammad Abusalha, il primo americano a compiere un attacco suicida in Siria. Come Mateen, Abusalha viveva a Fort Pierce, in Florida. “Stabilimmo che il contatto era minimo e che non costituiva una relazione importante o una minaccia in quel momento”, ha spiegato Hopper. Ma i media Usa cominciano a interrogarsi sull’efficacia dei controlli su potenziali sospetti.

Peraltro si fa strada anche il sospetto del fuoco amico, di cui parla il New York Times. “Non è ancora chiaro – scrive il giornale – quante delle 49 vittime nella discoteca siano state uccise da Mateen e quante potrebbero essere state uccise dalla polizia che ha fatto irruzione nel locale dopo una situazione di stallo di tre ore”.

Il procuratore: “Indagate altre tre persone”. Lo sceriffo: “Mai visto niente del genere”
“C’è un’indagine penale su altre tre persone in connessione con la sparatoria nel club” annuncia il procuratore federale. La polizia di Orlando ha confermato che il killer ha giurato fedeltà all’Isis e il capo, John Mina, in conferenza stampa, ha detto anche che il killer ha cercato di negoziare con le autorità. È stato anche ricostruito l’intervento delle forze dell’ordine iniziato intorno alle 2 di notte. Dopo il primo scontro a fuoco tra un poliziotto e Mateen “gli agenti arrivati sul posto sono stati coinvolti in un’altra sparatoria e sono riusciti a farlo indietreggiare verso i bagni dove c’erano gli ostaggi. Siamo riusciti a salvare decine di persone che erano ferite e le abbiamo portate fuori club. Si era parlato di esplosivi e bombe e con gli artificieri abbiamo esaminato i bagni. Abbiamo salvato le persone che erano lì. Siamo subito intervenuti anche con veicoli blindati per arrivare in zona e abbiamo creato un buco nel muro per far uscire le persone dal club. Il sospetto ci ha sparato con un fucile d’assalto. I poliziotti della Swat hanno agito in modo coraggioso e salvato molte persone”. Lo sceriffo: “Sembrava una scena di guerra, mai visto niente del genere”. Una terza arma da fuoco, oltre alle due recuperate sulla scena della strage è stata trovata dentro l’auto del killer.

Gli esperti: “Irrilevante se rivendicazione Isis fosse autentica” – Rimane da dirimere se Mateen avesse o meno legami diretti con Isis o coi gruppi jihadisti. E se la rivendicazione del Califfato sia autentica. Ma questo elemento secondo alcuni esperti interpellati dai media è irrilevante, perché a contare è l’effetto. La macchina della propaganda dell’organizzazione agisce infatti anche su persone geograficamente molto distanti, prive di contatti diretti con essa, ma che colpiscono in suo nome. Solo il giuramento di fedeltà, per l’Is, è rilevante, a prescindere dal modo in cui arriva. Quello di Mateen è arrivato con una chiamata all’operatore del 911, in altri casi si è fatto ricorso ai social media. “Credo – ha commentato Charlie Winter, ricercatore della Transcultural Conflict and Violence Initiative presso l’Università della Georgia – che quello che lo Stato islamico ha fatto sia molto furbo e consiste nel creare una situazione in cui chiunque può eseguire un attacco, senza alcun legame diretto con l’organizzazione”.

Sms della vittima dal Pulse: “Sto per morire” – Tante le storie legate alle persone uccise al Pulse. Quella di Eddi Justice, 30 anni, pubblicata sul Daily Mail, è stata tra le prima ad essere diffuse dai media. Aveva scritto alla madre Mina dai bagni del Pulse, mentre Omar Mateen, 29 anni, si avvicinava per ucciderlo insieme ad altre 49 persone. “Mamma, sto per morire”, mentre sentiva avvicinarsi gli spari nel bagno dove si era rinchiuso per sfuggire al killer. “Mamma, ti voglio bene”, è il primo sms, alle 02.06. Poi ne seguono altri. “Nel club stanno sparando”. “Intrappolato nel bagno“. La donna risponde: “Stai bene?”. “Che locale?”. Lui risponde telegrafico. E disperato: “Pulse. In centro. Chiama la polizia“. E ancora: “Sto per morire”. La donna, dopo aver chiamato la polizia, si precipita davanti al gay club. E lì continua lo scambio di messaggi con il figlio Eddie: “Quale bagno?”. Eddie scrive ancora: “Sta arrivando. Sto per morire. Ci ha preso”. E ancora: “È nel bagno con noi”, scrive Eddie, rispondendo alla madre che ci sono “molti” feriti. “Presto, è nel bagno con noi”. “E’ l’uomo in bagno con voi?”, chiede la madre. “E’ un terrore, sì”: è l’ultimo sms del figlio, alle 02.50.

A confermare la morte di Eddie è stata la polizia locale, che ha identificato finora 15 vittime. I loro nomi stanno filtrando lentamente, perché molti sono ancora dispersi e i loro famigliari attendono informazioni dalle autorità. Tra le vittime morte nel locale – all’interno del quale si trovavano circa 300 persone – ci sono Edward Sotomayor Jr. (34 anni), manager nel settore turistico, Stanley Almodovar III (23), tecnico farmaceutico di Clermont, Eric Ivan Ortiz-Rivera (36) ed altri quattro giovani tra i 20 e i 22 anni. Il più giovane tra quelle identificate è il 20enne Luis Omar Ocasio-Capo. Il più anziano invece aveva 50 anni e si chiamava Franky Jimmy Dejesus Velazquez. Delle 50 vittime, 15 hanno un’età compresa tra i 20 e i 50 anni. 53 persone, però, sono in condizioni critiche e potrebbero peggiorare. La maggior parte dei feriti è stata portata all’Orlando Regional Medical Centre, dove il chirurgo Mike Cheatham ha avvertito: “Penso che vedremo salire il bilancio delle vittime”. 39 persone sono morte all’interno del locale mentre 11 sono decedute in ospedale.

L’ex moglie del killer: “Era violento” – Intanto continuano a emergere nuovi particolari su Omar Mateen, da ieri autore della più grande strage della storia americana. Nato a New York da genitori afghani, aspirava a diventare un agente di polizia e prima della tragedia aveva chiamato il 911 per dichiarare la sua fedeltà ad Al Baghdadi. La sua ex moglie, padre di suo figlio di tre anni, ha raccontato che Mateen era emotivamente e mentalmente disturbato con un temperamento violento, ma voleva entrare in polizia. Ha lavorato negli ultimi nove anni per la società di sicurezza G4S, era una guardia armata per una comunità di pensionati nel sud della Florida. Le indagini preliminari hanno suggerito che l’attacco è stato ispirato dallo Stato islamico, anche se non c’è al momento alcuna evidenza immediata di un legame effettivo con gruppi islamisti.

E Daniel Gilroy, uno dei suoi colleghi alla G4S, parlando ai media, lo descrive come “costantemente arrabbiato, aveva dei problemi. Parlava sempre di uccidere delle persone” afferma Gilroy, sottolineando che Mateen usava spesso espressioni razziste. Gilroy aveva fatto presente alla società il comportamento di Mateen. “Mi sento in colpa per non aver insistito” con i datori di lavoro, “se lo avessi fatto forse 50 persone sarebbero ancora vive”.

“Veniva spesso in moschea, anche con figlio piccolo” – Omar Mateen “pregava in moschea tre, quattro volte a settimana” e prendeva parte alle cerimonie serali, recentemente anche “con il figlio piccolo”. A dirlo è l’imam del luogo di culto, Syed Shafeeq Rahman, frequentato da Mateen, che ha visto per l’ultima volta il 29enne venerdì scorso. Il 29enne non era molto socievole: “Finita la preghiera se ne andava, non socializzava con nessuno. Non è mai sembrato un violento”, aggiunge il religioso. Il killer, inoltre – secondo quanto riportano Cnn e Nbc – sarebbe stato due volte in Arabia Saudita: la prima nel 2011 e la seconda nel 2012. Sentito dalla Nbc, il portavoce del Ministero degli Interni di Riad avrebbe confermato un viaggio di Omar per partecipare a un pellegrinaggio alla Mecca.

A parlare è anche il padre, Mir Seddique Mateen, che in un comunicato diretto al suo paese d’origine ha definito il figlio “un bravo ragazzo”. L’uomo, inoltre, che considera che l’omofobia sia alla base del gesto del figlio, ha aggiunto: “Non so perché lo abbia fatto. Non ho mai capito che aveva l’odio nel cuore. Se avessi saputo le sue intenzioni, lo avrei fermato. Lo vidi il giorno prima della strage, non vidi il male nei suoi occhi. Sono addolorato e l’ho detto al popolo americano”. Il Washington Post ha rivelato che il padre del killer è un sostenitore della politica dei talebani afghani e che in passato ha condotto una trasmissione tv chiamata Durand Jirga sul canale Payam-e-Afghan, in onda dalla California. In uno dei suoi video rintracciabili su YouTube, Mateen esprime sostegno ai talebani: “I nostri fratelli del Waziristan, i nostri guerrieri nel movimento e i talebani dell’Afghanistan stanno risollevandosi”.