Per l’ennesima volta – dopo Newton, dopo Charleston, dopo Roseburg e San BernardinoBarack Obama è andato davanti agli americani e ha chiesto misure di controllo delle armi “di senso comune”. Parlando qualche ora dopo la strage al Pulse, il locale gay di Orlando, Obama ha detto: “Questo massacro è una prova ulteriore di quanto sia facile per una persona mettere le mani su un’arma che gli consente di ammazzare della gente in una scuola, in una chiesa, in un cinema o in un nightclub. Dobbiamo decidere che tipo di Paese vogliamo essere. Continuare a non fare nulla equivale a una scelta”.

Probabile che il nuovo appello di Obama resti inascoltato – come inascoltati sono stati tutti i precedenti. Almeno sin dal massacro alla scuola di Newton, in Connecticut (dove Adam Lanza uccise venti bambini e sei impiegati dell’istituto), Obama ha fatto di una legge sul controllo delle armi una sua priorità. Senza grande successo. Il tentativo di far passare una legge nel gennaio 2013 – la misura avrebbe reintrodotto il bando alle armi d’assalto e limitato il numero di proiettili per caricatore – è naufragato al Senato, per l’opposizione compatta dei repubblicani e di una parte dei democratici.

E’ vero che Obama ha, nei limiti dei suoi poteri, cercato di fare comunque qualcosa. Con un ordine esecutivo dello scorso gennaio, il presidente ha obbligato chiunque venda un’arma a ottenere una licenza federale e condurre “background checks”, controlli dei precedenti penali degli acquirenti. La misura ha soltanto in parte modificato la situazione. I controlli restano infatti in buona parte una pura formalità (eppure, in almeno metà delle 62 stragi compiute dal 1982 al 2012, le armi sono state acquistate legalmente; maggiori controlli nella vendita potrebbero quindi, almeno in teoria, facilitare l’identificazione dei soggetti pericolosi).

Uno dei problemi più difficili da risolvere resta quello delle armi d’assalto. Bill Clinton firmò, nel 1994, il “Federal Assaul Weapons Ban”, che metteva al bando l’uso da parte dei civili di armi da fuoco semi-automatiche. Il bando è scaduto nel 2004 e qualsiasi tentativo di reintrodurlo è fallito. Il tema del controllo delle armi non è del resto di facile presa sull’opinione pubblica. Un sondaggio Gallup del 2014 mostrava che soltanto il 47 per cento degli americani è a favore di norme più restrittive. La percentuale tende di solito ad alzarsi, dopo una strage di massa, per tornare subito dopo a calare. Tutte le analisi mostrano del resto che più controllo significa meno morti. “Le morti per armi da fuoco sono significativamente più basse negli Stati con una legislazione più restrittiva”, ha spiegato l’economista Richard Florida. Non solo. Più armi in circolazione, significano inevitabilmente più morti, ha mostrato una ricerca dell’Harvard Injury Control Research Center.

Qualsiasi vero tentativo di far passare una legge si è comunque sempre scontrato con la tenace difesa del Secondo Emendamento (che garantisce il diritto di possedere armi) da parte di buona parte del Paese. Anzi, negli ultimi anni, nonostante l’aumento dei morti in massacri di massa, si è andati verso un allargamento nel diritto al porto d’armi. Indiana, Kansas e North Carolina, Stati controllati dai repubblicani, hanno passato leggi che consentono di portare armi da fuoco in chiesa, scuole elementari, casinò e campus universitari, oltre a rendere “confidenziali” i documenti sul “porto d’armi nascosto” e allargare la nozione di “legittima difesa”. Di fronte ai tentativi di Obama di far passare una legge, pistole, fucili e munizioni sono andati a ruba nei negozi specializzati. I gruppi a difesa del Secondo Emendamento hanno visto aumentare in modo consistente le richieste di adesione. La “Sportsman’s Alliance” del Maine incamera tra i 70 e i 100 nuovi membri ogni mese. Su tutto ha ovviamente vigilato la National Rifle Association, la potente lobby delle armi, che controlla il voto di molti deputati e senatori grazie ai finanziamenti elettorali e alla minaccia di una recall election.

Il massacro di Orlando è comunque con ogni probabilità destinato a riattizzare il dibattito sulle armi di questi anni. I due candidati alla Casa Bianca, Hillary Clinton e Donald Trump, hanno espresso pareri completamente diversi sul tema. Mentre la Clinton chiede controlli più severi, Trump ha cercato e ottenuto l’appoggio della National Rifle Association e degli attivisti pro-gun (in una sua famosa dichiarazione alla stampa, ha affermato con orgoglio di avere “il porto d’armi” e di sapere “come si usa una pistola”).

Con un tweet, Clinton ha detto di essersi “svegliata per ascoltare le news devastanti dalla Florida”. Più tardi, in una dichiarazione più elaborata, la candidata democratica ha affermato: “dobbiamo tenere armi come quelle usate la scorsa notte lontano dalle mani dei terroristi o di altri violenti criminali. Questo è il più terribile massacro nella storia degli Stati Uniti e ci ricorda una volta di più che armi da guerra non devono avere posto nelle nostre strade. E’ arrivato il momento di unirci e fare di tutto per difendere le nostre comunità e il Paese”.

Di tenore ben diverso la presa di posizione di Donald Trump. Dopo una reazione iniziale, anche lui su Twitter, in cui diceva di pregare per le vittime e le loro famiglie, Trump ha dettato alle agenzie una dichiarazione in cui chiede a Obama di dimettersi (il presidente non ha menzionato le parole “Islam radicale” nel suo intervento dopo la strage) ed enfatizzato le origini dell’autore della strage: “Il terrorista, Omar Mir Saddique Mateen, è il figlio di un immigrato dell’Afghanistan che ha apertamente dichiarato il suo sostegno per i talebani afghani… Secondo l’istituto di ricerca Pew, il 99 per cento della gente in Afghanistan appoggia l’oppressiva legge della Sharia. Noi ammettiamo negli Stati Uniti più di 100mila migranti dal Medio Oriente ogni anno. Dall’11 settembre, centinaia di migranti e i loro figli sono stati implicati in atti di terrorismo negli Stati Uniti”.

Trump non offre esempi. Si limita a dire che la sua rivale Hillary Clinton vuole aumentare il numero degli arrivi dal Medio Oriente e conclude spiegando che “una volta presidente, proteggerò tutti gli americani”. Il magnate newyorkese preferisce dunque concentrarsi sul tema immigrazione e tace su quello del controllo delle armi. Il massacro di Orlando, per lui, non impone nessuna revisione delle leggi esistenti in termini di vendita e acquisto delle armi. Orlando, per Trump, illumina invece soprattutto una cosa: la necessità di esser “svegli e vigilanti”.