Contro ogni dato, statistica o curva d’incidenza, le cause del virus Ebola sono state individuate da Laura Boldrini nella “spinta al privato della Sanità mondiale“. L’11 settembre. Come dichiarò l’allora presidente della Commissione europea, Romano Prodi: “Quello che è successo a New York ci ricorda che non potrà più imporsi come dottrina una certa forma di pensiero unico che difende il liberismo sfrenato”. Questi sono solo due dei molteplici commenti che si possono ravvisare sul web, leggere tra le righe di giornale o apprendere in un dibattito televisivo. La scelta non ha come scopo attaccare i due personaggi in questione, bensì sfruttare la loro posizione autorevole per dare credito ad una tesi che si sta via via concretizzando: Vi è un male? La colpa è del neo-liberismo!

Penso che il problema principale sia definire che cosa si intende per neo-liberismo, poiché questa parola sembra dire tutto e niente. La mia idea è quella di chiarire quali sono le posizioni in merito per ciò che concerne la letteratura economica e quindi chiedersi: vi è effettivamente tra gli economisti teorici o tra i responsabili della politica economica una comunità ascrivibile al pensiero neo-liberista? E se la risposta dovesse essere affermativa, quali sono le implicazioni che ne discendono? Molti sostengono, che le cause della crisi risalgono al grande processo di deregolamentazione in materia finanziaria attuato dalla fine degli anni ottanta.

Questa iniziativa fu in gran parte dovuta e/o teorizzata da una classe di economisti, provenienti per lo più dall’università di Chicago, con a capo Milton Friedman, passati poi alla storia con il nome di neo-liberisti o chicago boys. Secondo questa tesi, se oggi ci troviamo a sperimentare un periodo di scarsa crescita a livello globale (alcuni direbbero secular stagnation), un livello di diseguaglianze esacerbato ed una pesante incertezza diffusa nei mercati finanziari, circa la sostenibilità dei debiti pubblici, lo si può ricondurre per intero al neo-liberismo! Magari fosse così facile. Basterebbe invertire il mainstream dominante. La concezione comune è che in teoria economica vi siano due schieramenti, diametralmente opposti: i keynesiani da una parte ed i liberali dall’altra.

Uno scontro in cui i primi riconducono le cause della determinazione del reddito (ciò che si definisce comunemente Pil) a fattori di “domanda aggregata”, mentre i secondi sostengono che bisognerebbe attuare politiche di stimolo per “l’offerta aggregata”. In realtà queste sovrastrutture sono state abbandonate da tempo, in particolare dagli anni settanta in poi, con ciò che oggi viene definita la teoria dell’equilibrio. Riportando un caro esempio (si veda Monacelli), la macroeconomia moderna oggi non è composta né da “domandisti” né da “offertisti”; ma semplicemente da “equilibristi”. Ciò non vuol dire che vi sia una omologazione concettuale circa lo studio dei fenomeni socio-economici, al contrario vi è una sintesi di elementi dell’una e dell’altra corrente.

I modelli che fanno riferimento a questa impostazione teorica vengono definiti Dsge (per i più curiosi si veda Jordi Galì), un acronimo che sta per dynamic stochastic general equilibrium. Sostanzialmente, i Dsge cercano di spiegare fenomeni quali la crescita economica, fluttuazioni del ciclo economico (es. recessioni) e gli effetti della politica monetaria e fiscale, sulla base di modelli fondati da principi di equilibrio, ovvero l’interazione tra domanda ed offerta aggregata attraverso il sistema dei prezzi. Questa tipologia di modelli è ampiamente accettata, sia da economisti più vicini ad idee “conservatrici”, che da coloro che si sentono più prossimi alle idee “democratiche”.

È sorprendente inoltre sottolineare (come osservato da Gregory Mankiw qualche anno fa) che i consiglieri economici dei presidenti Usa e delle banche centrali sono quasi sempre reclutati tra le file dei “neokeynesiani”, cioè tra coloro che credono nell’efficacia della politica monetaria e fiscale (si pensi alle figure di Draghi, Bernanke oppure Olivier Blanchard, non proprio dei paladini del “liberismo sfrenato”). Come potrebbe essere altrimenti? I veri “mercatisti” non avrebbero salvato le banche, non le avrebbero parzialmente nazionalizzate e non avrebbero promosso gli stimoli fiscali.

Allora perché vi è tanto fervore ed accanimento verso il neo-liberismo? Probabilmente perché, e su questo la storia ha tanto da insegnare, l’utilizzo di un capro espiatorio fa sempre comodo per evitare ragionamenti più complessi. Con ciò non voglio asserire che le politiche economiche degli anni ottanta non abbiano influito sulla determinazione della crisi finanziaria, ma è oltremodo controproducente ragionare con delle categorie ormai desuete. Sembra quasi diventata un’ossessione, eppure oggi che cosa si intende per neo-liberismo? Forse è una domanda su cui in molti dovremmo riflettere.