Chi sta leggendo le cronache del Roland Garros sul Fatto Quotidiano avrà notato come, a fronte dei pronostici (quasi) sempre giusti, stia sbagliando tutti quelli riguardanti Richard Gasquet. Ebbene, è così da sempre e c’è un motivo: gli voglio bene, e quando vuoi bene a una persona non sei mai pienamente lucido quando provi a prevederne le gesta. Gasquet è uno dei pochi tennisti che merita quasi sempre la visione. Chi ama solo i vincenti gli imputa di aver vinto troppo poco. Chi ama i circensi, coloro ovvero che io chiamo da sempre “orteghiani” per quel loro feticismo nei confronti del tennista che indovina due colpi a partita, gli rinfaccia di essere diventato troppo attendista e poco spettacolare.

Sia come sia, per quanto mi riguarda il “disastro” accadde a Montecarlo 2005. Gasquet aveva solo 19 anni, ma lo si conosceva già. Purtroppo per lui, da bambino i francesi lo avevano maldestramente definito “il Mozart del tennis“, dando per scontato che avrebbe vinto tutto e responsabilizzando troppo un ragazzo smisuratamente fragile. Fraintesero la bellezza dei suoi gesti, soprattutto di quel rovescio a una mano, per prova inconfutabile del suo essere Campione. Si immaginarono un nuovo McEnroe, quando era invece un nuovo Leconte. Erano i quarti di finale di Montecarlo e quel Federer non perdeva mai. Gasquet, giocando uno degli incontri più belli a cui abbia mai insistito, lo sconfisse 6-7 6-2 7-6. Bellezza pura. Da allora, io come milioni di appassionati, l’ho seguito con affetto. Affetto, ma anche rabbia. Le sconfitte, spesso con la stessa trama (inizio da leone e finale da coglione), sono state così tante che da qualche anno gli preferisco altri: magari Tsonga. Oppure Kyrgios: non meno umorale di lui, ahinoi. Si tende a dire: “Gasquet ha deluso le aspettative”. Vero, ma ha sbagliato lui o piuttosto erano sbagliate le aspettative? Parafrasando Rino Tommasi, Gasquet ha sempre avuto un gran motore ma un pessimo telaio. Si sono avvicendati gli allenatori al suo fianco, da Deblicker a Piatti e adesso Bruguera, ma i limiti fisici e mentali sono rimasti. A ciò va aggiunta una pavidità tattica che lo trasforma in “Riccardino Cuor di Telone“, un tennista potenzialmente sublime che però rema da fondo come un Čerkasov qualsiasi.

Si possono individuare due Gasquet: quello iniziale, estemporaneo e bellissimo, che aveva però un’autonomia limitata. E quello più attendista e pragmatico, benché comunque dotato di accelerazioni inaudite: il primo è durato fino al 2008, l’altro è nato dalla squalifica per doping. Oddio, “doping”: il famoso “bacio alla cocaina”. Al tempo – era il 2009 – tutti dissero che Gasquet non sarebbe tornato mai più al top: troppo fragile psicologicamente. In quel periodo Gasquet veniva anche preso malamente in giro per una sua presunta omosessualità.  In Rete, spesso, il suo nome diveniva “Gaysquet” (ah, che simpaticoni). Con tenacia insospettata, Gasquet è invece tornato ai suoi livelli e da anni staziona a cavallo tra l’ottava e la 15esima posizione. Il suo best ranking è 7, ottenuto nel 2007 dopo le semifinali a Wimbledon: epica la sua vittoria al quinto su Roddick. Prima di questo Roland Garros era 12esimo, dopo i quarti di finale ottenuti ieri è potenzialmente ottavo.

E’ dunque tornato al suo apice: è poco? E’ tanto? E’ ora di rispondere una volta per tutte a questa domanda: è il giusto. Gasquet valeva, e vale, questa posizione. Se fosse nato dieci anni dopo come Kyrgios o Zverev, si giocherebbe la prima posizione al mondo. Sfortunatamente è nato quando Federer – 5 anni più grande di lui – era Federer e nello stesso anno di Nadal. E’ pure della stessa generazione di Djokovic e Murray, tutti molto più forti di lui. Al suo massimo Gasquet non poteva comunque andare oltre la quinta posizione al mondo. E non avrebbe mai potuto vincere uno Slam, perché i “miracoli Cilic” accadono una volta ogni dieci anni. La sua colpa non è stata non aver vinto Slam o non essere stato uno o due al mondo: era impossibile. La sua colpa è stata non avere una carriera stabilmente alla Berdych: ovvero da 5-8 al mondo fisso, con almeno una vittoria nei Masters 1000 e una finale (persa) Slam. E’ lì che Gasquet ha fallito, rivelandosi inferiore anche a Tsonga o Ferrer. Nel suo palmares ci sono 13 titoli, sì, ma tra questi nessun 500. Nessun 1000. Nessuna finale Slam. Tre semifinali Slam (due Wimbledon e uno Us Open). E due soli Masters (2007 e 2013)

Ieri, contro pronostico, Gasquet ha raggiunto per la prima volta i quarti di finale al Roland Garros. Lo ha fatto al 13esimo tentativo. Classe 1986, ha esordito a Parigi nel 2002. I primi anni era inchiodato dalla tensione, oppure saltava l’appuntamento per infortunio. Da anni si fermava agli ottavi. Ieri ce l’ha fatta, sfruttando quel talento cristallino ma anche un Nishikori che, dopo la sosta per pioggia, ha sbagliato davvero tantissimo. Gasquet è ancora quello di sempre. Servizio discreto, dritto dal movimento smisuratamente ampio (ma in grado di incenerire) e rovescio a una mano divino: lo preferisco anche a quello di Wawrinka, Kohlschreiber e Youzhny. Anche il gioco di volo, a cui ricorre troppo poco, è tra i migliori del circuito. Gasquet gioca sempre sul filo dell’implosione mentale: finché si sente sopra una nuvola è una meraviglia: può riuscirgli tutto. Basta però un inciampo e la magia svanisce. La sua kryptonite peggiore è Andy Murray. Con lui ha perso due tra gli incontri più dolorosi della sua vita, sempre avanti di due set e sempre battuto al quinto: ottavi a Wimbledon 2008 (servì per il match avanti due set e un break), primo turno al Roland Garros 2010 (era fuori dai primi 32 dopo la squalifica per doping). Ancora con Murray, che non batte da Roma 2012 e che lo domina 7 a 3 negli scontri diretti, perse agli ottavi proprio al Roland Garros un anno fa. Non ha alcuna chance di vincere domani. Se poi sbaglierò il terzo pronostico su tre, per punizione – anzi dalla gioia – andrò ospite da Barbara D’Urso.
In ogni caso: shine on, Richard.