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Ti ricordi… Stuart Pearce, meglio noto come “Psycho”: il terzino a cui Brian Clough fece riparare il ferro da stiro della moglie

Elettricista figlio della working class, la sua resistenza fisica è diventata oggetto di leggenda. Resta un simbolo il suo urlo (nella foto) dopo il rigore segnato a Wembley nel 1996, cancellando l'onta dell'errore dal dischetto a Torino sei anni prima
Ti ricordi… Stuart Pearce, meglio noto come “Psycho”: il terzino a cui Brian Clough fece riparare il ferro da stiro della moglie
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“Secondo te, hai giocato bene?”. Domanda banale, quasi doverosa da parte di un allenatore a un suo calciatore. Immaginare, però, che da quella domanda possa nascere la richiesta provocatoria del mister al calciatore di riparare il ferro da stiro della moglie, è più difficile. Il mister era Brian Clough, il calciatore Stuart Pearce, meglio conosciuto come “Psycho”, nato esattamente 64 anni fa.

Il quartiere è Shepherd’s Bush, la famiglia è della working class: quattro figli, tanto lavoro e sacrificio. Stuart non è affatto un predestinato: gioca nei parchi cittadini con grande grinta, ma dà anche una mano alla famiglia lavorando, imparando a fare l’elettricista. Tifa QPR e non sta nella pelle quando gli viene offerto un provino: l’esito è infausto, ma in famiglia non viene preso come un dramma. “Se non ti vogliono, vai a lavorare”, gli dicono.

Già, per Stuart non è certo un problema: riceve un’offerta dall’Hull City ma la rifiuta, meglio divertirsi nei dilettanti con il Wealdstone e lavorare nel frattempo come elettricista. Mentre gioca, sempre come terzino, lo nota Bobby Gould, allenatore del Coventry, e così il Wealdstone si ritrova sul tavolo un’offerta da 30mila sterline: è il 1983 e quella cifra è decisamente inaspettata per un calciatore semiprofessionista.

A Coventry, però, Stuart non si sente ancora un calciatore. Si sente un elettricista in prestito allo sport. Per i primi mesi, ogni mattina, controlla che gli attrezzi siano al loro posto nel furgone. È una diffidenza sana, la stessa che lo porta a comprare spazi pubblicitari sul programma della partita del club: “Stuart Pearce: impianti elettrici civili e industriali”. Se il sabato crossava per la testa degli attaccanti, il lunedì poteva essere a casa tua a sistemare un cortocircuito.

Ma il destino ha i colori del Nottingham Forest e il volto di Brian Clough. Il “Vecchio Naso Rosso” vede in quel terzino sinistro qualcosa che va oltre la tecnica: vede una ferocia ancestrale. È al City Ground che il mito di “Psycho” prende forma. Il soprannome glielo cuciono addosso i tifosi, estasiati da quel modo di correre che sembra una carica di cavalleria e da quegli occhi che, al momento dell’ingresso in campo, sembrano aver visto l’inferno e aver deciso di sfidarlo.

Proprio la sua resistenza fisica diventa oggetto di leggenda. Durante una sfida particolarmente ruvida, Stuart subisce un colpo tremendo alla testa. Cade, perde i sensi, lo sguardo spento. Lo staff medico accorre e, dopo averlo esaminato, riferisce a Clough con preoccupazione: “Mister, Stuart è stordito, non sa nemmeno chi è”. Clough, senza fare una piega e con quel cinismo che era solo suo, risponde: “Ottimo. Allora digli che è Pelé e rimandalo subito in campo!”.

Eppure, dietro la maschera del guerriero, c’è un uomo capace di sofferenze silenziose. Il 1990 è il suo anno zero: il rigore sbagliato a Torino contro la Germania lo trasforma nel volto della sconfitta nazionale. Per sei anni, Pearce cammina con un fantasma al fianco, finché nel 1996, a Wembley, non si ripresenta sul dischetto. Segna, quell’urlo disumano verso la curva è il boato di un uomo che strappa via sei anni di vergogna con la forza dei polmoni.

Ma il vero capolavoro del loro rapporto, quel misto di rispetto operaio e provocazione psicologica, avviene lontano dalle telecamere. Clough, che amava testare la tempra dei suoi uomini colpendoli nell’orgoglio, un giorno lo affronta davanti a tutti. Sostiene che quel capitano, quel Pearce tanto osannato, sia in realtà un impostore. “Ti fai chiamare elettricista”, gli ringhia Clough, “ma se qualcuno ti chiama per un lavoro, mandi tuo fratello Ray. Tu non saresti capace nemmeno di cambiare una lampadina”. Poi, il colpo di grazia: il mister gli consegna un ferro da stiro vecchio e malconcio, appartenente alla moglie Barbara. “Riparalo. Se non torna a funzionare, domani tu non giochi”.

Nello spogliatoio cala il gelo. Un altro calciatore avrebbe forse sorriso o lo avrebbe portato da un tecnico di nascosto. Non Stuart. Lui prende l’elettrodomestico con la stessa serietà con cui avrebbe approcciato una finale di FA Cup. Si porta a casa quel ferro, lo smonta pezzo per pezzo sul tavolo della cucina, ripulisce i contatti, testa le resistenze, lo riassembla con la precisione di chi sa che un filo mal posizionato può fare la differenza tra il buio e la luce.

Il mattino seguente, Brian Clough entra nel suo ufficio. Sulla scrivania, immobile e lucido, c’è il ferro da stiro. Pearce non dice una parola. Clough lo attacca alla presa, attende qualche secondo e vede la spia illuminarsi, sentendo il vapore uscire con un soffio regolare. È perfetto.

Quel giorno Stuart Pearce gioca, come sempre, come se non ci fosse un domani. Perché “Psycho” non è solo un soprannome da stadio: è il nome di battaglia di un uomo che ha capito una verità fondamentale. Che si tratti di calciare un rigore a Wembley o di riparare un vecchio ferro da stiro, un uomo della working class non tradisce mai il proprio dovere.

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