Pochi sanno che in Italia ci sono circa 1,6 milioni di liberi professionisti (medici, architetti, ingegneri, geometri, avvocati, notai, biologi, geologi etc.) iscritti agli Ordini, di cui metà donna, con netta prevalenza di studi individuali. Professionisti che producono circa 10 punti di Pil dell’intero Paese ed hanno notevoli obblighi (scadenze, adempimenti, pagamenti), responsabilità e nessun paracadute in caso di perdita della clientela. Professionisti che hanno (per lo più) un sistema previdenziale autonomo rispetto all’Inps, gestito e organizzato dalle c.d. casse privatizzate (d.lgs. 504/94, nel cui primo articolo, comma 1 c’è scritto che “Gli enti … sono trasformati … in associazioni o in fondazioni … a condizione che non usufruiscano di finanziamenti pubblici o altri ausili pubblici di carattere finanziario.”).

Le Casse di previdenza sono dunque autonome finanziariamente. Non solo non pesano sullo Stato ma sono usate dallo Stato indebitamente per fare cassa. Ad oggi hanno accumulato ben 75 miliardi di patrimonio complessivo ed erogato solo nell’ultimo anno ben 500 milioni di assistenza e welfare attivo [indennità di maternità, agevolazioni contributive per giovani, promozione e sviluppo della professione, assistenza sanitaria, indennità per infortunio o malattia, sussidi per stato di bisogno, borse di studio, spese funerarie, integrazione alla pensione minima, sussidi per disabili e per non autosufficienti, sussidi per eventi straordinari (calamità naturali)]. Welfare risparmiato dallo Stato.

Le Casse c.d. privatizzate svolgono funzioni pubbliche e sono organizzate privatamente, sono vigilate da 3 ministeri ed hanno altri vari livelli di effettivo controllo (collegio sindacale, Covip etc.). Hanno tuttavia tanti obblighi (garantire la sostenibilità finanziaria nel lungo periodo, 50 anni) e pochi o nulla “diritti”. Infatti sono stati messi da tempo in un limbo che non ha eguali né nell’ordinamento interno né rispetto ai Paesi europei. Limbo di palese illegittimità costituzionale. Infatti sono penalizzate rispetto all’Inps, ai fondi pensioni, addirittura alle fondazioni bancarie. Una situazione talmente ingiusta e surreale che denuncio da anni e che finalmente ha trovato le sue compiute argomentazioni.

Il 25 maggio si è tenuto un evento organizzato da Cassa Forense sul tema, con il contributo prezioso degli esperti avvocati tributaristi aderenti a Uncat. Tra i relatori l’Avv. Prof. Fabio Marchetti, professore di diritto processuale tributario e di diritto tributario (Economia, Luiss Guido Carli), ha posto in risalto le contraddizioni esistenti nel trattamento fiscale riservato tra previdenza pubblica e previdenza privata e poi tra le Casse c.d. privatizzate e i fondi pensione. Ha notato come sussisterebbe nel nostro ordinamento il principio del “divieto” di doppia tassazione del risparmio previdenziale ma come in realtà la previdenza pubblica goda del regime Eet ‘secco’ [(Exempt- Exempt –Taxed): contributions and returns are exempt during the period of accumulation, but the distribution is taxed] mentre per la previdenza privatizzata di base il regime sia ETT ‘pieno’ [ETT (Exempt-Taxed-Taxed): the taxation of contributions occurs when distributing the returns, as in the previous model, while the taxation of returns occurs in the accumulation phase], e per la previdenza privata complementare, di fatto un regime EEE o E(l)E(s)E(s) o E(l)E(ts)E(ts) (con applicazione di imposte sostitutive di particolare favore fiscale: 11/20% e 9/15%).

L’anomalia nascerebbe dal fatto che le casse privatizzate son ritenuti fiscalmente enti non commerciali, applicandosi l’aliquota Ires ordinaria del 27,5% non rientrando fra i soggetti cui spetta l’aliquota Ires ridotta al 50% (art. 6, d.P.R. n. 601/73) e considerati soggetti nettisti. Mentre i fondi pensione seguono lo ‘schema’ della contribuzione definita e ritenuti soggetti lordisti. Sugli investimenti immobiliari i fondi pensione pagano un’imposta patrimoniale sostitutiva mentre le Casse privatizzate versano il 26% sui proventi.

L’Avv. Paolo dè Capitani ha invece ricordato lo studio scientifico comparativo che ha messo a confronto il trattamento fiscale dei sistemi pensionistici privati [Cost effectiveness of pensions and the role of taxation – an emerging European debate – Working Paper OSE-EURELPRO, April 2014] certificando che l’Italia è il peggior Paese europeo (insieme a Svezia e Danimarca, non comparabili però quanto a livelli di welfare e funzionalità della pubblica amministrazione), così realizzandosi anche una scarsa competitività degli avvocati italiani. Nella media dei Paesi Ue vige il regime Eet ‘secco’ (Exempt- Exempt –Taxed).

E’ poi intervenuto l’Avv. Prof. Giuseppe Tinelli, professore ordinario di Diritto Tributario (Università di Roma Tre) il quale ha evidenziato “la discriminazione che si nota rispetto alla disciplina della previdenza pubblica. Pur in presenza di una sostanziale omologabilità dell’attività previdenziale pubblica a quella privata” e che “l’iscritto alla Cassa concorre al finanziamento della previdenza pubblica attraverso la fiscalità ordinaria, ma vi concorre ulteriormente attraverso la fiscalità propria dell’ente previdenziale privato”. Tale “asimmetria della disciplina fiscale delle Casse c.d private si nota anche nel confronto con il trattamento fiscale previsto per i fondi pensione complementari, che sotto diversi aspetti si presenta ingiustificatamente più favorevole di quello della previdenza obbligatoria privata”.

Pertanto “non sfuggirebbe al controllo di costituzionalità, condotto nel solco della consolidata giurisprudenza della Consulta, il rilievo dell’ingiustificata differenziazione della disciplina fiscale prevista per le Casse previdenziali private rispetto a quella stabilita per gli altri soggetti protagonisti della previdenza” ed in particolare sarebbe utile il richiamo della recente sentenza della Corte Costituzionale n. 116 del 5 giugno 2013…. rilevando come l’art. 53 non consenta trattamenti in pejus di determinate categorie di redditi di lavoro, alla luce della particolare tutela che il nostro ordinamento riconosce ai trattamenti pensionistici”.

E’ abnorme dunque la: discriminazione tra Casse privatizzate, Inps e fondi pensione; discrasia tra l’imposizione dell’obbligo di garantire la sostenibilità di lungo periodo ma addossandogli anche una insostenibilità fiscale ingiustificata, imponendogli pure le misure della spending review (risparmio che poi finisce però sempre nelle casse dello Stato!). Con questo giochetto lo Stato attraverso il fisco draga dal futuro dei liberi professionisti (pensioni, assistenza) ogni anno iniquamente qualche centinaio di milioni.

Occorre abbandonare la posizione delle colombe dialoganti (per vero dei passeri, in attesa delle briciole di pane, come confermato dal Prof. Mauro Marè, Presidente Mefop e consulente del Ministro Padoan, il quale ha precisato come sia allo studio una «Aliquota zero» solo per gli investimenti nell’economia reale del paese da parte di Enti previdenziali dei professionisti e Fondi pensione) per virare verso quella dei falchi. Tenetevi le briciole e andiamo a riconquistarci diritti e dignità!