Vivo negli Stati Uniti dal 1988 ma non sono cittadino americano e quindi non voto; se per ipotesi dovessi scegliere l’8 novembre sarei in difficoltà. Hillary Clinton non mi piace, non è autentica e non mi ha mai convinto (nel 2008 appoggiai Obama), e Donald Trump, per dirla senza giri di parole, lo trovo quanto di peggio ci sia oggi tra tutti e 196 i paesi del globo, come candidato a una competizione elettorale. Probabilmente non andrei a votare, come del resto farà circa il 50% degli americani. Ma forse alla fine opterei per la Clinton. Hillary appare qui come il male minore, la persona da scegliere “turandosi il naso”, il voto non a favore ma ‘contro’.

Dall’ex Segretario di Stato nessuno si aspetta cambiamenti rispetto alla politica di Barack Obama, se non una maggior propensione all’interventismo militare Usa nel globo (il che sarebbe una grave e pericolosa involuzione), forse anche per la volontà di dimostrare che una donna Commander in Chief  ha le palle persino più di un uomo. Hillary dovrebbe poi essere un poco più a sinistra di quel che è, per via della campagna elettorale (di grande successo) del rivale socialista ormai quasi sconfitto, Bernie Sanders. Detto ciò, Trump resta per me, e per milioni di persone, un incubo, un pericolo, uno spauracchio di cui non ci si riesce a capacitare.

Posso azzardare perfino una scommessa: se Trump diventasse presidente, quasi certamente deciderei di lasciare gli Stati Uniti e, dopo ben 28 anni, tornerei in Italia. Ma per quale motivo? Non è l’uomo espressione dal basso della autentica democrazia americana? Tralasciamo la politica e l’economia, ne parliamo un’altra volta. Parliamo di carattere e stile. Di Trump trovo disgustose, imbarazzanti o sbagliate moltissime cose: i capelli, le smorfie della faccia, gli insulti perenni a gruppi e persone, il fatto che non presenti la dichiarazione delle tasse (è meno ricco di quel che sbandiera ed è un imbroglione); poi: ha condotto in tv  The Apprentice, ha accusato donne, messicani, portatori di handicap e altre fasce sociali, ha detto che vieterà l’ingresso in America ai musulmani; e in politica estera, su Europa, Cina, Corea del Nord, bombe nucleari e Nato, ha fatto dichiarazioni come se fosse candidato alla presidenza di Haiti e non della superpotenza.

Allora per quale motivo ha battuto 17 concorrenti, alcuni appoggiati da super-Pac foraggiati con centinaia di milioni di dollari? Il primo è l’insoddisfazione imperante sdoganata dal populismo di pancia. Ma, qui a New York, mi è stato detto da chi lo conosce bene che Trump non sopporta le migliaia di persone che si presentano ai suoi comizi, la “plebaglia” – la chiama lui – che lo osanna per “fare di nuovo grande l’America” (slogan rubato pari-pari da una campagna elettorale di Ronald Reagan). Se fosse presidente, non farà nulla per migliorare le loro condizioni di vita. Trump è pessimo, un venditore di materassi ha più stile, intelligenza e strategia. Va bene come impresario degli show di Miss Universo o per mettere il suo nome su palazzi e casinò di serie C di cui non possiede un mattone, ma alla Casa Bianca, farebbe sfracelli tutti i santi giorni e tutte le settimane. Sfracelli mondiali.

Immaginatelo a trattare con Xi Jìnpíng, il freddo e compassato presidente della Cina: il Donald si comporterebbe al più come il nostro Razzi, quello vero o anzi meglio quello falso impersonato da Crozza. Non parla mai di politica vera, di programmi, di futuro: macina slogan e tweet. Non ha un piano per il ruolo dell’America nel mondo. Esistono solo battute, gli attacchi isterici (come quelli di un assistente di volo maschio gay) contro chi attacca lui. L’uomo ha lo spessore di una pasta sfoglia. Non ha carattere. A novembre gli Americani rischiano di eleggere alla Casa Bianca un mediocre esibizionista con tendenze autoritarie, un pessimo uomo d’affari speculatore e mai innovativo (anzi: 4 bancarotte alle spalle), uno che oltre gli slogan da lunotto dell’auto non va. Non può, in quanto non sa nulla e ignora tutto, e anche in questo caso cambia sempre idea (ne ha 3 in croce, tutte superficiali e comunque inadeguate a governare un paese con 320 milioni di abitanti, il più grande sistema finanziario del mondo e 8000 bombe atomiche).

Ma gli uomini bianchi arrabbiati, stipendi in calo e in discesa socialmente, imbevuti di commercial in tv dalla più tenera età, che come gruppo etnico costituiscono il suo vero serbatoio voti, in realtà non saranno mai abbastanza numerosi per fargli conquistare la maggioranza alle elezioni di novembre. Eppure abbiamo capito tutti che il 2016 è un anno sorprendente; e ci possiamo aspettare ulteriori sorprese. Diciamolo francamente: vanno messi in conto disordini e violenze alla Convention Repubblicana di luglio che si terrà a Cleveland, come accadde alla Convention democratica di Chicago nel 1968.

Qualcuno dice, tra New York e Washington, che il movimento Stop Trump, finora fallimentare con tutti i suoi piani di blocco, nonostante le centinaia di milioni di alcuni sponsor repubblicani veramente conservatori come i fratelli Charles e David Koch, di fronte alla prospettiva di un Presidente Trump, possa attivare, a mali estremi, estremi rimedi, fino ad ipotizzare l’assassinio del candidato idolo del 25% degli americani bianchi. In qualsiasi modo si giudichi quanto sta accadendo, non si preparano tempi facili per l’America, per il mondo, per le economie e per ciascuno di noi.