Per evitare l’affermazione di de Magistris, Renzi sta dando fondo, con la consueta eccessiva spregiudicatezza, a tutte le sue carte. Stato e antistato. Dalle discutibili riunioni in prefettura cui partecipa, anziché il sindaco in carica, la candidata (peraltro votata a sicura sconfitta) Valente, al ricorso agli altrettanto discutibili voti del centrodestra, con l’intermediazione di Verdini e simili che pescano nei tradizionali, e a volte un poco equivoci, bacini clientelari. E’ chiaro che non gli va giù la prospettiva di una riconferma del sindaco zapatista. Anche perché De Magistris, ereditando una situazione a dir poco disastrosa dal punto di vista finanziario e sociale, ha avviato con successo un risanamento basato sulla partecipazione dei cittadini e l’utilizzo collettivo dei beni comuni esistenti. Un indirizzo politico e di governo, come si può ben capire, diametralmente opposto a quello perseguito con scarsi risultati da Renzi. Non politica degli annunci per carpire consenso a buon mercato, ma capacità di porsi in ascolto profondo e permanente delle esigenze di fondo della cittadinanza, senza promettere impossibili miracoli, ma garantendo il funzionamento di una cinghia di trasmissione costante fra istituzioni e cittadini, volta al continuo miglioramento del governo di una città difficile e complessa, ma anche ricca di potenzialità culturali, umane ed economiche.

In questo senso Napoli è diventata un laboratorio in cui un tessuto eterogeneo di cittadini e attivisti di spazi liberati hanno contribuito alla creazione delle condizioni materiali per la riconferma di Luigi de Magistris. Prendiamo ad esempio Massa critica, che si definisce come “l’insieme di persone, collettivi, comitati, associazioni e reti sociali che hanno deciso di intraprendere un percorso politico aperto alla città, che aspira a costruire una grande agorà popolare, mettendo al centro il desiderio di discussione, partecipazione e decisione sul governo del territorio”. Il relativo sforzo si articola su vari tavoli: democrazia ed autogoverno, beni comuni, lavoro, reddito e finanza pubblica, cultura, ambiente e diritto alla città; così si sono sviluppate proposte ed anche critiche che hanno dato una scossa all’agenda politica del governo cittadino. Massa critica ha promosso di recente un partecipatissimo dibattito di piazza, con la presenza tra gli altri dello stesso De Magistris e di due esponenti di primo piano di un’altra importante esperienza di municipalismo mediterraneo, quella di Barcellona.

Un confronto che ha posto le basi per un programma condiviso che, nei prossimi anni, dovrebbe portare al riconoscimento di assemblee popolari e nuove istituzioni di democrazia partecipativa. Un altro fenomeno interessante in quest’ottica è poi costituito da Napoli in comune, una lista di appoggio a De Magistris formata da partiti, associazioni e movimenti della città, tra i cui candidati voglio segnalare l’avvocatessa Elena Coccia, giurista democratica e vicesindaco della città metropolitana di Napoli, da sempre impegnata per i diritti delle donne e dei più deboli. La cultura rappresenta, come dovrebbe essere per ogni città italiana, una grande risorsa da sfruttare per migliorare la qualità della vita dei cittadini e innescare circoli virtuosi a tutti i livelli. Da tale punto di vista si può citare un’iniziativa di buon livello attualmente in corso che è il maggio dei monumenti, denso di incontri e di visite, volta al tempo stesso a ricostruire, su solide basi storiche, l’identità collettiva e a incentivare il turismo.

Parlando di identità collettiva e di storia non si può prescindere dal carattere di vera e propria capitale mediterranea che Napoli ha sempre avuto e che oggi deve ritrovare nel contesto del globalizzazione, dopo i decenni della decadenza prima laurina e poi democristiana e berlusconiana. Tutta l’area mediterranea, oggi penalizzata ed umiliata dalle politiche germanocentriche e recessive dell’Unione europea, che sta tragicamente terminando nelle disumane e irrazionali politiche dei muri, deve ritrovare una propria valorizzazione per disinnescare i veleni dello scontro tra civiltà, che fa comodo solo agli estremisti e fondamentalisti dell’una e dell’altra parte. Il municipalismo può costituire una via d’uscita alla crisi attuale, come  dimostrato da esperienze come quella della Rojava, dove kurdi, arabi, turcomanni, assiri ed altri hanno saputo costruire una democrazia funzionante nel bel mezzo della guerra con un nemico spietato come l’Isis e con alle spalle un altro nemico potente e spregiudicato come la Turchia del dittatore Erdogan.

Proprio il contrario, sia detto per inciso, della riforma renziana che vede, a dispetto del suo finto nuovismo, la restaurazione dei poteri centralizzati e la rimessa in auge dei vecchi modelli clientelari che vedono le persone non come cittadini attivi ma come passivi destinatari, nel migliore dei casi, di effimere mancette. Per tutti questi motivi, l’affermazione di un’amministrazione come quella di De Magistris che, insieme a quella della partecipazione democratica, ha tenuto alta la bandiera dell’autodeterminazione e dei diritti umani per tutta la regione, dal Kurdistan al Sahara occidentale alla Palestina, deve costituire il 5 giugno un segnale importante contro lo svuotamento della politica e della democrazia e l’autoritarismo dei poteri forti che stanno devastando il nostro paese e il pianeta intero.