Pericle è uno che fa il culo alla gente. Letteralmente. Napoletano migrante in Belgio, è un reietto dalla società, senza un passato e – forse – senza un futuro. Per assumerne i connotati, Riccardo Scamarcio ha congelato lo sguardo turchese in una maschera glaciale, annerita dalla solitudine. Un ruolo su cui lavora da due anni dentro a un film che ha fortemente voluto, anche come produttore con la sua Buena Onda (diretta insieme a Valeria Golino), a cui si sono uniti Rai Cinema e i Fratelli Dardenne. Pericle il Nero, è lui ab origine, quando doveva essere diretto da Abel Ferrara, poi da Francesco Patierno per terminare nelle mani del ravennate Stefano Mordini.

Il film è l’unico italiano nella selezione ufficiale al Festival di Cannes, concorrente in Un Certain Regard. “Essere a Cannes per noi è come vincere alla Champions League, quando abbiamo ricevuto l’invito abbiamo festeggiato per una settimana” ha annunciato oggi con gioia l’attore/produttore alla conferenza stampa romana. Pericle il Nero, infatti, uscirà prima nelle sale italiane (il 12 maggio) rispetto alla presentazione sulla Croisette, fissata per il 19 maggio. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino (Alelphi, 1993), Pericle il Nero non è un criminal movie nonostante lo sembri, ma è una durissima riflessione sulla solitudine, anzi sul tragico isolamento a cui sono destinati alcuni esseri umani. Scherzando, ma fino a un certo punto, Scamarcio trova similitudini tra la propria e la condizione del personaggio interpretato: “Siamo due reietti, Pericle in quanto sicario orfano e migrante, affiliato a un’organizzazione criminale napoletana, io in quanto personaggio pubblico e famoso e dunque sottoposto alle critiche di chi mi osserva: chiunque può dire qualunque cosa di me. Per difendermi devo non ascoltare più, isolarmi, se vogliamo. Forse è anche per questa similitudine che ho tanto amato questo personaggio. Pericle è un uomo fragile, una sorta di candido interrotto mai cresciuto dall’adolescenza e che si trova a fare i conti con un’amoralità che forse non vorrebbe”. Nel libro di Ferrandino, il protagonista è descritto come grasso, bianco di capelli e sgradevole, un’estetica agli antipodi di Riccardo Scamarcio. “Beh, io non ho i connotati fisici del Pericle del libro, però abbiamo lavorato con attenzione al look del personaggio in modo che apparisse in tutta la sua durezza e il suo isolamento”.

Da parte sua il regista Mordini, che ha già in attivo drammi esistenzial-sociali come Provincia meccanica (2005) e Acciaio (2012), tiene a verbalizzare la distanza di questo suo lungometraggio dalla “violenza eroica dei gangster movie da cui siamo invasi. Questo – sostiene il cineasta – è un altro tipo di racconto, e si concentra sulla miseria della criminalità, anche con riferimenti presi dalla realtà della camorra che abbiamo puntigliosamente studiato. Ad esempio la storia della madre di Pericle arriva da quella di Antonio Iovine, mentre per la figura di Signorinella ci siamo ispirati alla matriarca Angela Incandela. Inoltre, la rappresentazione di certa solitudine appartiene alle mie ossessioni e Pericle si prestava perfettamente: preferisco inseguire le ombre ed insinuare il dubbio che non mostrare le certezze.”

La pellicola è interamente ambientata (e girata) tra Belgio e Francia, uno degli elementi che differenziano profondamente il testo di origine dall’adattamento cinematografico. “Abbiamo preferito utilizzare dei personaggi italiani emigrati all’estero perché io non sono napoletano e mi è impossibile arrivare a raccontare le dinamiche relazionali tra partenopei nel loro mondo, mi sentivo inadeguato. Spostandoci all’esterno, abbiamo riflettuto sulla comunità dei migranti, un territorio su cui mi sento più a mio agio”. Il Belgio messo in campo è soprattutto la città di Liegi ed è uno degli apporti di Jean-Luc e Pierre Dardenne al film, mentre la protagonista femminile è la francese Marina Foïs.