È considerata dall’Organizzazione mondiale della sanità “una delle minacce più serie per la salute pubblica globale del nostro tempo”. Il riferimento è alla crescita esponenziale della resistenza agli antibiotici in molti batteri, anche i più comuni, che stanno diventando sempre più aggressivi, rendendo inefficaci molti farmaci. Come nel caso di Staphylococcus aureus Meticillina-Resistente (MRSA), responsabile di molte infezioni ospedaliere.

Proprio contro MRSA arriva dagli Usa uno studio che promette di rendere questi batteri nuovamente vulnerabili ai farmaci. Un team di ricercatori dei Merck research laboratories, in New Jersey, ha individuato due nuove molecole capaci di bypassare le difese di MRSA. I due composti, illustrati in uno studio pubblicato su Science Translational Medicine, sono in fase preliminare di ricerca e devono, ancora essere testati sull’uomo.

Ilfattoquotidiano.it ha chiesto a Stefania Stefani, microbiologa dell’Università di Catania che studia da anni i meccanismi batterici di antibiotico-resistenza, di spiegare il significato di questo studio Usa in prospettiva futura, e di raccontare a che punto è la ricerca in questa importante e delicata frontiera per la salute pubblica.

Come sono riusciti i ricercatori Usa a scardinare la resistenza di MRSA?
Lo studio utilizza un approccio originale per ripristinare l’attività antibatterica di antibiotici ormai non più utilizzabili, a causa della comparsa di resistenza. Un approccio che si distacca da quello tradizionale, fondato sulla scoperta di ceppi produttori di sostanze capaci di uccidere il microrganismo, o di inibirne lo sviluppo.

In che cosa consiste questa nuova strategia d’intervento?
L’approccio utilizzato è innovativo: consiste nell’utilizzare inibitori di specifiche vie metaboliche, per ripristinare l’utilizzo di antibiotici resi inattivi dall’accumularsi di geni, e quindi di nuove funzioni di resistenza.

Quali bersagli molecolari sono stati usati come cavalli di Troia?
Il lavoro del team di ricercatori Usa prende avvio da alcune osservazioni sperimentali che hanno dimostrato come, inibendo una via metabolica responsabile della produzione di un importante componente della parete cellulare degli MRSA, gli acidi teicoici, i microrganismi tornino a essere sensibili agli antibiotici verso i quali sono notoriamente – e ormai da tempo aggiungerei – resistenti.
In particolare, i ricercatori dei Merck research laboratories hanno studiato due enzimi, le tarocine, in grado di abolire, nelle fasi iniziali, la biosintesi degli acidi teicoici.

Qual è l’importanza di questa ricerca?
Risiede in un aspetto essenziale: i due enzimi studiati dai ricercatori Usa, pur non essendo “antibiotici in senso stretto”, esercitano per così dire una funzione adiuvante. Consentono, cioè, il riutilizzo di antibiotici importantissimi, poco tossici, come i “beta-lattamici”, che abbiamo perso durante la lunga strada dell’era antibiotica.

La Società europea di microbiologia clinica (Escmid) parla, a questo proposito, di rischio “Armageddon antibiotici”, con oltre 1 milione di morti attesi nel 2025 in Europa. Quanto è grave e diffusa l’antibiotico-resistenza?
Il fenomeno oggi rappresenta una minaccia reale per la salute pubblica. Questa minaccia, come recentemente denunciato da moltissime organizzazioni, a partire dall’Oms, deriva dall’incremento nella frequenza di ceppi microbici che, avendo accumulato molti geni di resistenza, sono diventati, per utilizzare un linguaggio ormai diffuso, “superbatteri”. Scientificamente si parla, invece, di microrganismi “Multi-drug-resistant (Mdr)” o “Pan-drug-resistant (Pdr)”, cioè resistenti a quasi tutte o tutte le famiglie antibiotiche. Un infezione provocata da batteri Mdr o Pdr rischia, quindi, di diventare incurabile per mancanza di antibiotici attivi.

Quali sono i batteri che destano maggiori preoccupazioni per la salute pubblica?
Nell’ambito dei microrganismi Mdr definiti “alert”, MRSA è proprio uno dei più pericolosi, responsabile di una varietà di infezioni, in particolare dei tessuti molli, della cute, delle ossa e del sangue, ed è anche la causa più comune di infezioni post-operatorie. I ceppi di MRSA sono Mdr che causano infezioni ad alta mortalità.

Perché questo batterio è così pericoloso?
MRSA è un microrganismo molto diffuso e facilmente trasmissibile, tanto che chiunque potrebbe esserne infettato, anche una persona in salute. Identificato per la prima volta nel 1961 nel Regno Unito, si è, infatti, diffuso rapidamente nel resto del mondo. Inizialmente, le infezioni dovute a questi ceppi batterici erano soprattutto limitate agli ospedali, dove riuscivano a riprodursi facilmente sfruttando le basse difese dei pazienti ricoverati. Nel tempo, però, sono state identificate infezioni provocate da questo microrganismo anche al di fuori dei nosocomi stessi, in pazienti sani e senza fattori di rischio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove MRSA ha colpito giovani sportivi, ma anche prigionieri e militari nelle caserme. Ovunque, cioè, ci fosse una forte possibilità di contatto tra individui.

Quali sono le principali cause della diffusione dei batteri resistenti? 
L’antibiotico-resistenza è certamente un problema complesso, che coinvolge molti attori. Il microrganismo stesso, nelle sue diverse modalità di acquisizione della resistenza, sia per mutazione genetica che per acquisizione di geni esterni. Il paziente, con i suoi fattori di rischio, la gravità e la sede dell’infezione. E la farmacologia dell’antibiotico, cioè il corretto dosaggio e trattamento terapeutico, spesso empirico. A questo si deve aggiungere la pressione selettiva esercitata dal loro utilizzo indiscriminato contro infezioni virali, o nell’ambito zootecnico e ambientale nei mangimi. La resistenza agli antibiotici è, quindi, un problema di difficile tracciabilità, che richiede soluzioni multiple, che coinvolgono molte professionalità.

L’Italia, ad esempio, secondo l’Oms, è al quinto posto per il consumo di antibiotici. Come si può invertire questo trend? 
Innanzitutto, è fondamentale ridurre l’uso non necessario degli antibiotici a favore di un utilizzo più responsabile, cercando di modificare atteggiamenti consolidati, ma sbagliati. Occorre, inoltre, sviluppare metodologie diagnostiche rapide, che possano aiutare nella prescrizione mirata dell’antibiotico, eliminando progressivamente l’uso di antibiotici ad ampio spettro. Infine, finanziare e supportare ricerca di nuovi antibiotici e vaccini, anche attraverso fondi pubblici.

Sempre l’Oms, in un dossier del 2015, paventa il rischio di una nuova era post-antibiotica. A che punto è la ricerca di nuove molecole con attività antimicrobica?
Dopo l’enorme sviluppo di nuovi antibiotici intorno agli Anni ‘70-80, solo poche nuove molecole sono state introdotte nella pratica clinica e le novità si sono tradotte solo in piccole variazioni strutturali e di attività rispetto a molecole già esistenti. Per questo, la strada del potenziamento di farmaci esistenti ormai inutilizzabili per l’aumento delle resistenze, come quella seguita dai microbiologi Usa, potrebbe essere molto promettente. Non bisogna, infatti, dimenticare che, sebbene l’antibiotico-resistenza sia un fenomeno preesistente rispetto alla presenza stessa degli antibiotici, è proprio il loro uso massiccio a selezionarla e indirizzarla fortemente.

L’Abstract dello studio Usa