Nel periodo del raccolto dell’igname, la “patata dolce” che è alla base dell’alimentazione dei vanuatesi, gli abitanti dei villaggi meridionali dell’isola di Pentecoste costruiscono – senza l’uso di un solo chiodo – traballanti e flessuose torri di legno appena tagliato, con trampolini posizionati a diverse altezze: dal più basso (a una decina di metri) fino a quello in cima (anche a 30 metri). I maschi, allora, si spogliano degli abiti quotidiani, indossano un astuccio penico e qualche addobbo vegetale (ma non talismani, che in questo caso porterebbero sfortuna), salgono su una delle esili piattaforme, alzano le mani e lo sguardo al cielo, dicono o cantano qualcosa, incrociano le braccia sul petto e si tuffano di testa, con le caviglie legate a lunghe e robuste liane, appositamente scelte per ciascun saltatore. Per limitare i danni, la zona di “atterraggio” è stata ovviamente ripulita dalle pietre e viene continuamente smossa, al fine di mantenerla morbida e quindi rendere più dolce l’impatto. Una sorta di bungee jumping, per intendersi. L’antesignano del bungee jumping, a dire il vero. Lo scopo è sfiorare il suolo con i capelli (e solo con quelli…), il che – secondo la tradizione – serve a fertilizzare la terra e garantire un raccolto abbondante l’anno successivo. Più alto e più preciso è il salto, più ricche saranno le future scorte di igname. Evento propiziatorio, quindi, ma anche dimostrazione di virilità e rito di passaggio per i giovani, che compiendo il temerario gesto entrano nell’età adulta: le madri dei ragazzi assistono alla scena con un oggetto legato all’infanzia dei figli, che viene buttato via a impresa compiuta. Ma c’è chi salta per impressionare la ragazza amata, chi lo fa semplicemente perché adora il rischio, chi per non far morire una tradizione pluricentenaria che è diventata ufficialmente una festa – espressione dell’identità culturale – quando l’arcipelago del Pacifico ha raggiunto l’indipendenza (1979-1980). E oggi anche spettacolo turistico, fonte di qualche introito. Ma nulla è cambiato rispetto alla tradizione, compreso il rischio di schiantarsi al suolo a una velocità di circa 70 chilometri orari. Nei giorni precedenti, i tuffatori risolvono ogni magagna con familiari e amici, nell’eventualità che la faccenda vada a finire male. E se ogni tanto qualcuno si rompe qualcosa, sono stati registrati solo due incidenti mortali. Il primo capitò nel febbraio del 1974, quando lo show fu allestito per la regina Elisabetta in visita: era la stagione sbagliata e il legno e le liane erano inadatti… I “tuffi a terra” cominciano intorno alle 10-10.30 dei sabati fra aprile e giugno. Se a qualcuno venisse l’idea di provare, sappia che non può. È infatti proibito agli stranieri (sono stati concessi rarissimi permessi) e alle donne. Anche se, dice la leggenda, fu proprio una donna a “inventare” il naghol: riparata su un baniano per sfuggire al marito, che la raggiunse fin lassù, si gettò legandosi due liane alle caviglie. Lui la seguì, senza prendere la dovuta precauzione. Lei si salvò, lui no. Da allora gli uomini dimostrano di aver imparato la lezione… E le donne sono presenti per accertarsene, supportandoli con canti e danze.

 
IL NAGHOL IN PRATICA
Quando: tutti i sabati da aprile a giugno.
Dove: nel 2016 nei villaggi di Rangususku (info: Mr Goacin Bebe, tel. 00678-5662085) e Londot (info: Mr Luke Fargo, tel. 00678-5355514), nel sud di Pentecost Island.
Ingresso: 12.000 vatu (97 euro) per l’intera giornata, comprensivi di intrattenimento, pranzo (alla fine dei salti, preparato dalla comunità) e guida; fino a 6 anni, 2.000 vatu (16 euro).
Transfer: sono previsti trasporti (via terra o via mare) per i visitatori dalla pista di atterraggio di Lonorore ai siti del naghol, vicini l’uno all’altro; prezzi a/r 1.500 vatu (12 euro), fino a 6 anni 750 vatu (6 euro).
http://vanuatutravel.info/index.php/discover-the-islands/pentecost-and-maewo

Foto: David Kirkland/vanuatutravel.info