L’unico abuso buono è quello di pensiero, purtroppo ad oggi non si rilevano vittime! Nell’era delle connessioni, quelle neurali vengono ad essere abbandonate con disarmante facilità e con altrettanto disarmante felicità. Il pensiero unico che sfocia in convincimenti, atteggiamenti e comportamenti legittimati dalla massa non è altro che una forma di non pensiero. Il pensare in gruppo come il gruppo non comporta fatica e isolamento cose che invece può comportare il pensare individuale.

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Abbiamo il mondo nel palmo di una mano, attraverso un cellulare, tradendo così l’universo delle nostre potenzialità relazionali. Siamo affamati di contatto social forse perché è proprio il contatto sociale che siamo andati perdendo. Basta comunque non rendersene conto e tutto va bene, in pochi si chiedono se e dove stia un problema, perché ogni insofferenza sembra trovare una valvola di sfogo istantaneo nel web, salvo poi accumularsi al di fuori di esso e trovare canali di scarico 2.0.

Quando sono io a chiedermelo, non posso che prendere atto di una certa parzialità con cui riesco a fronteggiare il dilemma. Non sono contrario alla tecnologia, la utilizzo e mi faccio utilizzare da essa più di quanto potrebbe sembrare scrivendone, questo non significa non osservarne alcuni effetti collaterali, anche se vi si è talmente assuefatti da considerarli sempre nell’ambito del ‘nuovo che avanza‘ intendendo con ‘nuovo’ sempre e comunque qualcosa di positivo, a cui al massimo bisogna darsi il tempo appunto di abituarsi.

Mi rendo conto di quanto il cellulare e internet abbiano modificato il senso della mia privacy e di quanto mi spingano agli altri in modalità che fino a pochi anni fa non sarebbero state possibili, non tanto per motivi tecnologici, ma di semplice pudore. L’avanzamento della tecnologia è direttamente proporzionale all’arretramento della nostra intimità.

Si può esprimere un’opinione su tutto  perché, aprendo internet, si è bombardati di notizie, se si presta attenzione a più cose contemporaneamente si è necessariamente parziali, se poi c’è in gioco qualche evento che attiva l’emotivo,  ci si sente quasi in dovere di esprimere la propria opinione, pur non avendone le competenze. Il proprio sentire è importante, ma non fornisce capacità di analisi, se non puramente introspettive. E l’introspettivo poi ormai è venduto in piazza, non più al miglior offerente, ma a chiunque vi ci passi accanto, il quale fortunatamente può ancora sempre scegliere di non fare alcuna offerta. L’emotivo può escludere il semplice buon senso, la legittima necessità di condanna può acciecare  ogni altra considerazione.

L’esperienza non è data solo dagli anni, ma anche dai metri di paragone che si acquisiscono con il loro passare. Non è l’interesse per una notizia a validare il proprio punto di vista, soprattutto se spacciato come verità, eventualmente solo un approfondimento dovrebbe suscitare un certo interesse o un possibile dibattito nel merito. Oggi un certo tipo di violenza ha ormai mutato aspetto per poter sopravvivere senza subire la riprovazione collettiva , aliena l’individuo rimpinzandolo del superficiale e svuotandolo di profondità.

Anche se cambiamo nome alle cose, esse rimangono quello che sono, la guerra non è solo quella che ‘esportiamo’ insieme alla democrazia, ma anche quella che ci facciamo gli uni contro gli altri, quando le nostre posizioni divergono, e gli attentati non sono solo quelli nel cuore dell’Occidente, ma anche quelli contro la nostra intelligenza quando scambiamo le conseguenze di un evento per le sue cause, il tutto seduti di fronte ai nostri comodi pc dai quali guardiamo il mondo e sembriamo flirtare con l’onniscienza. Solo allenare il come pensare alle cose può  rivelarsi il canale privilegiato per arrivare ad un cosa pensare delle stesse che non ne tradisca la logicità.