“Si può discutere sul non fare impianti entro le 12 miglia, ma credo sia giusto dove ci sono questi impianti mantenerli in funzione” dice il presidente del Consiglio e segretario del Pd, Matteo Renzi. “Il rischio è sprecare energia, è la cosa più sbagliata. Si può discutere di non fare più impianti ma dove ci sono impianti io credo che sia giusto continuare a tenerli in funzione”. Quanto al peso delle energie rinnovabili, “dal 33 per cento si può portare un po’ più su, lo faremo ma non in modo tale da sostituire gas e petrolio, dato per scontato che noi il nucleare non lo abbiamo e il carbone è il nostro nemico ed infatti Enel ha chiuso 3 centrali a carbone senza licenziare nessuno”. Renzi dice tutto questo alla scuola di formazione del Pd “a non credere alle frasi fatte“.

Il problema è che tre piattaforme su quattro entro le 12 miglia non pagano royalties o perché non producono o producono poco. Nel documento Vecchie spilorce Greenpeace fa un po’ di conti: “Sono solo 24 quelle che estraggono idrocarburi al di sopra della franchigia, ossia il 27 per cento delle piattaforme entro le 12 miglia. Il resto non rende un centesimo di royalties alle casse pubbliche”. Alcuni di questi impianti hanno più di 40 anni. “Le piattaforme interessate dal referendum del 17 aprile sono ferrovecchi”, dice Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Che si chiede: “È questo il comparto strategico che Renzi e il fronte astensionista difendono?”. I costi di dismissione di un impianto sono, però, un deterrente: le società preferiscono accontentarsi anche di una produzione minima che garantisce di tenere in vita il giacimento il più a lungo possibile ed è a costo zero perché al di sotto della franchigia. Ma quanto paga una società che dismette un impianto? “Il costo più alto è quello della messa in sicurezza (che scongiura inquinamenti ed eventuali incidenti) ma lo è molto di più se si estrae petrolio per il quale le procedure sono più complesse”, dice a ilfattoquotidiano.it  Alessandro De Felice, presidente dell’Associazione nazionale dei risk manager.

LE  “VECCHIE SPILORCE” – Dall’analisi di Greenpeace risulta che delle 88 piattaforme operanti entro le 12 miglia, 35 non sono di fatto in funzione: 6 risultano “non operative”, 28 sono “non eroganti”, mentre un’altra è di supporto a piattaforme “non eroganti”. Conclusione: “Il 40 per cento resta in mezzo al mare solo per fare ruggine”. Ci sono poi altri 29 impianti off shore “che in realtà da anni producono così poco da rimanere costantemente sotto la franchigia, cioè sotto la soglia di produzione”. Producono meno di 50mila tonnellate per il petrolio e meno di 80 milioni di metri cubi standard per il gas, quantità che esentano i petrolieri dal pagamento delle royalties. Il risultato? Quasi un terzo delle piattaforme entro le 12 miglia continua a essere definito “erogante”, sebbene produca al di sotto dei limiti della franchigia (in alcuni casi da oltre 10 anni) e quindi non renda un centesimo di royalties alle casse pubbliche. “Una finzione – secondo l’associazione – che permette ai petrolieri di evitare i costi di dismissione degli impianti”. Solo 24 piattaforme (di cui una di supporto) operano abitualmente estraendo idrocarburi al di sopra della franchigia: rappresentano il 27 per cento delle piattaforme entro le 12 miglia. “È urgente smantellare le altre 64 strutture (alcune vecchie più di 40 anni) – sottolinea Greenpeace – che hanno palesemente esaurito il loro ciclo di produzione e che devono essere rimosse prima che il mare e la ruggine provochino cedimenti nella struttura, con il rischio di causare disastri ambientali”. Eppure secondo De Felice “smantellare le piattaforme porterebbe più rischi che benefici, dall’occupazione all’affollarsi nei nostri mari di petroliere provenienti da siti di estrazione esteri”.

I COSTI DELLA DISMISSIONE – Ma quanto costa smantellare una piattaforma? Tanto per farsi un’idea, nel Regno Unito è in atto da diversi anni la procedura di dismissione degli impianti off-shore del Mar del Nord. Un’operazione che nel complesso durerà 30 anni con costi che si aggirano intorno ai 47 miliardi di dollari. Un anno fa Shell ha inviato al governo britannico il piano per lo smantellamento delle piattaforme offshore del giacimento Brent, nel Mare del Nord. Un processo che sarebbe partito dalla piattaforma Delta e sarebbe durato dieci anni. Il costo stimato è di 10,4 miliardi di sterline per smantellare circa 500 installazioni offshore e 10mila chilometri di tubi. “La messa in sicurezza costa qualche milione di euro – dice De Felice – per lo smantellamento bisogna fare una distinzione tra le piattaforme più grandi, che in Italia non si trovano entro le 12 miglia e quelle più piccole: dismettere queste ultime può costare circa 10 milioni di euro”. E per le altre? “Le piattaforme più grandi sono impianti costruiti in maniera modulare, montati a pezzi e poi assemblati. Oggi il processo inverso costerebbe fino a 50 milioni di euro, in base alla posizione e alla profondità”.

IL CASO DI PAGURO – Ma c’è chi pensa addirittura ad alternative allo smantellamento. E non si tratta dell’Isola delle Rose, la palafitta costruita in mare a 11 chilometri da Rimini dall’ingegnere Giorgio Rosa nel 1968. Anche in questo caso l’idea arriva dalle parti di Rimini e riguarda il relitto della piattaforma di estrazione metanifera Eni Paguro, esplosa e affondata nel 1965 a largo della costa di Ravenna. La zona – hanno ricordato in questi ultimi mesi, molto promotori del fronte del ‘no’ al referendum – si è ripopolata di pesci e nel 1995 è stata dichiarata sito di importanza comunitaria marina. Così c’è chi ha proposto di affondare le piattaforme off-shore in dismissione per creare hot spot di biodiversità e ripopolamento ittico fruibili per il turismo subacqueo. “Un’idea folle”, secondo Boraschi. Per il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace “prima di arrivare a questo punto, la struttura ha inquinato, è esplosa provocando morte, distruzione ed emissioni registrate per tre mesi. Il mare non è una discarica”.