Federica Guidi è una delle donne più famose d’Italia in questo momento. Si è appena dimessa dal suo incarico di ministro dello Sviluppo economico perché dalle intercettazioni emerge che si sarebbe adoperata per accelerare la costruzione del Centro Oli Total “Tempa Rossa” in Basilicata. Va chiarito inoltre il ruolo del ministro delle Riforme costituzionali Maria Elena Boschi per superare ritardi e le obiezioni dei cattivissimi ambientalisti. Da Tempa Rossa il fidanzato della Guidi, Gianluca Gemelli, avrebbe tirato fuori 2 milioni e mezzo di euro per le sue imprese.

Questi i fatti raccontati dalla stampa di mezza Italia.

Federica Guidi ha qualche anno più di me. Vuol dire che è diventata adulta durante gli anni di Tangentopoli, anni in cui tutta l’Italia era speranzosa di un cambiamento forte. Erano gli anni dell’eroe Antonio Di Pietro, delle monetine a Craxi, di mezzo parlamento indagato, dell’idea che la seconda repubblica sarebbe stata veramente nuova, più equa e più produttiva per tutti. Che le generazioni successive sarebbero state liberate, una volta per sempre, dalla corruzione endemica d’Italia e che “il così fan tutte” sarebbe stato solo un vago ricordo del passato. Almeno questo è quello che ricordo io, studentessa ventenne.

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La vicenda della Guidi mostra che non è stato così. Che forse dovremmo aspettarne altre di generazioni perché quella dei politici attuali non è poi migliore di quella passata. Fa tristezza per tanti motivi. Quando cambia l’Italia? Quando impariamo che chi governa lo deve fare per servizio alla collettività e deve essere pulito dentro e fuori fino all’ultimo millimetro? Come faremo mai ad avere fiducia nei governanti se ogni mese viene fuori un altro scandalo? Come fa il paese a crescere se non sappiamo mai se chi comanda prende le decisioni per amore dell’Italia o per amore del suo portafoglio?

E’ evidente che l’affaire Guidi-Gemelli in cui i due invece che parlare d’amore al telefono parlavano di monnezza petrolifera, dà un duro colpo a tutti quelli che sostengono che non si deve votare il 17 aprile, o meglio che occorre andare avanti con le trivelle in Italia.

Perché? Perché questa vicenda mostra, per l’ennesima volta, che il petrolio prima ancora che l’ambiente inquina la democrazia. Che il petrolio crea tentacoli irresistibili, intrecci di denaro, di potere, di interessi, in cui l’ambiente, l’Italia e gli italiani, sono solo comparse minori.  Che vincono gli amici e non il bene comune. Come possono i polmoni dei lucani competere con due milioni e mezzo di euro? Non possono, specie se Tempa Rossa viene costruito cosi lontano da Roma, Milano e da Modena in questo caso. Non c’è tempo, non c’è spazio per pensare ai figli degli altri, perché i propri non dovranno respirare niente di quei fumi e perché gli interessi degli amanti e dei lobbisti sono più importanti delle lezioni imparate dal Centro Oli di Viggiano che ha distrutto tutta la vallata in cui sorge.

E questo non riguarda solo i diretti interessati, ma i loro amici. Maria Elena Boschi per esempio, perché non ha detto no? Qual’è stato il suo ruolo esatto in questa vicenda? Chi altro lo sapeva nel governo di questi petrol-massaggiamenti mentre approvavano la finanziaria? Cosa hanno fatto?

Non è la prima volta che succede. Di petrol-scandali in Basilicata, a San Donato Milanese, ne sentiamo in continuazione.

Votare sì il 17 aprile significa compiere un altro, piccolo grande passo per dire ai politici che vogliamo lasciare questa melassa alle nostre spalle. Che vogliamo un futuro diverso dai Centri Oli, dal vecchiume delle trivelle, dalla corruzione che spesso si accompagna al petrolio, specie in mancanza di una forte eticità personale da parte dei politici. Vogliamo energia pulita, in cui a guadagnarci non siano gli amanti dei ministri a discapito della gente. Vogliamo un po’ farla vergognare Federica Guidi e mostrarle che come popolo siamo meglio del modo in cui ha bistrattato la nostra fiducia.

Qui le immagini di Tempa Rossa e di Viggiano