Da quando, nella giornata di mercoledì, è venuta fuori l’anticipazione di un’intervista di Maria De Filippi al settimanale Chi, sui social network praticamente non si è parlato d’altro. Maria la Sanguinaria, Signora incontrastata della televisione italiana, ha annunciato l’arrivo del “trono gay” a Uomini e Donne, a partire da settembre. Corteggiatori e tronisti dello stesso sesso, dunque, affolleranno il programma più visto del pomeriggio televisivo, paradigma di una certa gioventù italica dei giorni nostri, odiatissimo e amatissimo appuntamento quotidiano con ragazzotti e ragazzotte alla ricerca del vero amore.

Che Maria De Filippi fosse già da tempo icona incontrastata dei gay italiani di questa epoca era cosa nota. Nessuno come lei, sul fronte televisivo e nazionalpopolare, è riuscito negli ultimi anni a conquistare il pubblico LGBT: Amici è una istituzione (anche per i tanti concorrenti e professori gay passati da quelle parti nel corso degli ultimi tre lustri); C’è posta per te è appuntamento fisso del sabato sera, tra storie ultratrash e ospitate illustri; Uomini e Donne, infine, è il guilty pleasure (più guilty che pleasure, in realtà) di tantissime persone che si appassionano (inspiegabilmente, secondo alcuni) agli amorazzi e alle traversie sentimentali dei bonazzi e delle bonazze di turno che si accomodano sul trono.

Maria icona gay senza se e senza ma, dunque, pur senza possedere le caratteristiche tipiche di questo particolare figura mitologica: niente eccessi nell’abbigliamento, tantomeno nel linguaggio; non canta e non balla; non conduce una vita trasgressiva. Maria è icona gay semplicemente perché ha dato spazio televisivo a un sottobosco di tipi umani che fino all’esordio di Amici (e in parte di Uomini e Donne) era relegato ai margini: il ballerino un po’ effeminato che sogna di sfondare in tv (una sorta di Billy Elliot de noantri) o la cantante mascolina e rude che grazie a Maria può diventare star della musica.

Con il trono gay, questo dominio incontrastato sul pubblico LGBT rischia di diventare davvero qualcosa di totale e totalizzante. Da quando è uscita la notizia, poi, in molti paragonano Maria De Filippi a Monica Cirinnà e il trono gay al disegno di legge sulle unioni civili. Esagerazione? Nemmeno per sogno, anzi. Nessuno può negare che i programmi della De Filippi, che ci piacciano o no, incidono profondamente sul tessuto sociale e culturale dell’Italia di oggi, sulla “pancia” del paese, sulle casalinghe e sul pubblico meno istruito.

Se Maria dice che è ‘normale’, allora è ‘normale’ davvero”, penseranno molte signore di mezza età guardando un ragazzo corteggiare un altro ragazzo, una ragazza corteggiare un’altra ragazza. Non è un’esagerazione, signori, perché il paese reale è questo e funziona così. E continuare a negarlo a noi stessi non cambierà di certo le cose. Il trono gay di un programma ultrapop tendente al trash, dunque, rischia di diventare il grimaldello per forzare e finalmente aprire la cassaforte del bigottismo italico. Che poi a pensarci è paradossale: un programma che ha come target principale un pubblico non certo colto si fa portatore di un messaggio progressista e moderno, riuscendo a insinuare tra le pieghe dell’italica ignoranza la ‘normalità’ delle coppie gay.

Ecco perché davvero Maria De Filippi è più importante, per la causa LGBT, di Monica Cirinnà. Ecco perché il trono gay di Uomini e Donne inciderà sulla società italiana più della legge sulle unioni civili. Magari molti di noi storceranno il naso, conducendo battaglie di retroguardia contro una certa tv ‘bassa’. Ma i diritti civili in Italia devono necessariamente passare attraverso il mezzo televisivo. E il mezzo televisivo è Maria De Filippi, che vi piaccia o meno. Ben venga il trono gay, ben vengano i litigi un po’ caciaroni e trash tra uomini che si contendono un altro nuovo. La cosa ha una portata rivoluzionaria, in un paese come il nostro, e negarlo vuol dire fingere di non conoscere l’Italia contemporanea: a brigante, brigante e mezzo.