L’unico dubbio, a questo punto, è fino a quando dovremo assistere a una commedia tanto ripetitiva e sgangherata da risultare ormai un po’ insultante. Il copione non cambia: il regime costruisce una nuova versione, fasulla come le precedenti. Alcuni suoi media s’incaricano di lanciarla, altri la smentiscono. La Procura di Roma chiede lumi. Gli investigatori egiziani promettono qualcosa. Intanto le settimane passano e della verità promessa dal maresciallo al-Sisi, neppure l’ombra.

L’ultima menzogna ricalca la prima, Giulio Regeni ucciso da criminali comuni, e si avvale di un escamotage drammaturgico che dà un tocco realistico alla rappresentazione, i cadaveri di cinque uomini mitragliati dalla polizia egiziana. Pare che gli uccisi rapissero stranieri fingendosi poliziotti. Ma che abbiano preso Regeni travestiti da agenti proprio nel giorno in cui Il Cairo è presidiato in forze perché ricorre l’anniversario della “primavera araba” (25 gennaio), è una frottola che non vale neppure il prezzo del giornale egiziano su cui è stampata. La storiella sarebbe meno inverosimile se risultasse che i cinque appartenevano alla “baltagya”, un’area di criminalità comune che la polizia lascia delinquere in cambio di una saltuaria partecipazione alla repressione più brutale. In questo caso, però la vicenda sarebbe totalmente diversa e Regeni risulterebbe vittima di un omicidio di Stato.

Quanto l’Italia possa fare affidamento sulle promesse di al-Sisi (“Parole importanti”, nel commento di Renzi, sempre generoso nei giudizi sull’egiziano) lo spiega il rimpasto di governo condotto due giorni fa. Tra i dieci ministri sostituiti manca il ministro dell’Interno, Magdi Abdel Ghaffar, colui che inaugurò la produzione di menzogne sulla morte di Regeni, nonché figura tra le più losche del regime. Se al-Sisi l’avesse tolto di mezzo si sarebbe potuto credere all’inizio di un cambiamento, quanto meno tattico. Anche quell’illusione è svanita. Probabilmente il governo è diviso da rancori e ostilità, come suggeriscono le dimensioni inusuali del rimpasto. Ma il nucleo che conduce la repressione attraverso la polizia e i servizi segreti militari, al momento sembra deciso a restare unito intorno al suo capo. Qualche scollamento semmai comincia ad avvertirsi in alcuni tribunali, ieri la Corte penale del Cairo ha scarcerato due ragazzini arrestati due anni fa perché uno dei due indossava una maglietta inneggiante ad “Un Paese senza tortura nell’anniversario della primavera araba”. La procura si era opposta alla scarcerazione motivando con la ‘minaccia alla sicurezza nazionale’ che i due avrebbero rappresentato.

Se un diciassettenne che indossa una maglietta contro la tortura è considerato dal regime una grave minaccia alla propria stabilità, non è difficile immaginare quanto accanimento possa suscitare uno studente italiano che in un altro 25 gennaio si aggira per le piazze della ‘primavera araba’ e magari rifiuta ossequio al poliziotto o militare che lo ferma. Forse l’assassinio di Giulio Regeni non rimanda ad altro che alla stupidità della feccia cui le dittature militari affidano la repressione. In ogni caso il sistematico mentire del regime non lascia dubbi sul fatto che gli apparati di sicurezza conoscessero da subito la verità e sapessero che era inconfessabile.

Malgrado questa evidenza, in Italia molta stampa e molta politica non escludono l’ipotesi cara ad al-Sisi, Regeni ucciso per funestare “gli ottimi rapporti” tra Egitto e Italia, e personali tra al-Sisi e l’amico Renzi. In via teorica si possono considerare le teorie più strampalate, ma è un modo per perdere tempo. Intanto la vicenda sparisce dalle prime pagine, l’attenzione cala, la pressione sul governo viene meno. Era questo che si voleva? Tra pochi giorni cadranno i due mesi dalla sparizione dello studente italiano. I suoi genitori non hanno avuto neppure un pezzetto della verità che chiedevano. Nel bilancio di questo tempo l’unica nota positiva è stato l’incontro con il presidente della Repubblica, da cui hanno ricevuto la promessa che l’Italia non smetterà di cercare i colpevoli. È stato un gesto importante. Ma altro dovrà seguire, se questo Paese davvero tiene alla propria dignità e alla giustizia.

Da Il Fatto Quotidiano del 25 marzo 2016