C’è un giorno dimenticato dalla storia. Un giorno di 70 anni fa in cui le donne italiane per la prima volta abbandonarono per qualche ora il focolare domestico e si misero in fila davanti ai seggi in una nazione ancora semidistrutta dalla guerra. Quel giorno non fu, come in tanti credono, il 2 giugno 1946, quando si votò per scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggere l’Assemblea costituente. Quasi tre mesi prima, il 10 marzo di quello stesso anno, si tenne infatti la prima tornata di elezioni amministrative che avrebbero portato ai primi sindaci eletti dopo il Ventennio. E a votare sarebbero stati i cittadini di entrambi i sessi.

Una vera rivoluzione nella rivoluzione, se si pensa che, se si esclude il plebiscito a Mussolini del 1929, anche gli uomini non votavano dal lontano 1924. “L’affluenza delle donne ai seggi elettorali fu altissima e la partecipazione emotiva intensa”, spiega a ilfattoquotidiano.it Vinzia Fiorino, storica e docente all’università di Pisa. In quelle prime domeniche di democrazia dopo anni di dittatura e guerra, oltre l’89% delle donne aventi diritto si recò alle urne, mentre nei diversi consigli comunali furono elette 2000 candidate. Le votazioni si svolsero in cinque tornate primaverili con l’elezione di quasi 6mila amministrazioni e il coinvolgimento del 71% della popolazione italiana. Si votò dal 10 marzo, ogni domenica, fino al 7 aprile, mentre altri 1400 comuni furono rinnovati in autunno con altre otto tornate tra ottobre e novembre.

Non era stato un cammino facile quello dei diritti politici delle donne in Italia e quello raggiunto nel 1946 non era un risultato scontato. “Nel complesso, non possiamo paragonare il movimento suffragista italiano con quello inglese, per fare solo il più classico tra gli esempi europei: quest’ultimo ebbe un’organizzazione ben più strutturata, nonché un radicamento sociale molto più profondo”, spiega la storica Fiorino, studiosa, tra le altre cose, proprio dei movimenti per il diritto di voto delle donne. All’inizio del ‘900 il movimento per il voto alle donne ebbe tuttavia un sussulto con la comparsa sulla scena di personaggi come Anna Mozzoni e Maria Montessori e nel 1919, dopo la Grande Guerra, la Camera votò a larga maggioranza la legge sul diritto di voto alle donne. Ma la legge si arenò in Senato e dal 1925 col Fascismo a votare non ci andarono più neppure gli uomini.

Insomma bisogna aspettare la fine della Seconda guerra mondiale perché si torni a parlare di voto alle donne, che negli anni precedenti avevano preso parte all’antifascismo in clandestinità prima e alla Resistenza poi. Una prima presenza femminile si ebbe nella Consulta nazionale. L’assemblea non elettiva, composta dai esponenti dei partiti del Cln, il Comitato di liberazione nazionale, funse da parlamento tra il 1945 e il 2 giugno 1946 e vide la nomina di 13 donne su 460 membri.

I partiti stessi, almeno quelli che erano emersi più forti dalla guerra di Liberazione, avevano ormai intuito che era arrivata l’ora del voto. “La Dc e il Pci erano consapevoli che si stava per costruire un nuovo sistema di democrazia di massa e sarebbe stato anacronistico edificarlo senza le donne”, spiega Vinzia Fiorino. Apripista nelle rivendicazioni femminili fu l’Udi, l’Unione delle donne italiane, l’associazione di ispirazione socialcomunista nata dalla Resistenza. “L’Udi già nel 1944 aveva inviato al governo Bonomi una precisa richiesta in questo senso e, subito dopo, sempre l’Udi con le esponenti degli altri partiti antifascisti aveva fondato il Comitato pro voto e posto la questione al Cln”. Peraltro, a proposito dell’Udi, in questi stessi giorni di marzo del 1946, furono proprio tre comuniste dell’Udi, Rita Montagnana (allora moglie di Palmiro Togliatti), Teresa Noce e Teresa Mattei, a stabilire che dall’8 marzo 1946 il fiore della Festa della donna in Italia sarebbe stato la mimosa: un fiore povero, popolare.

Sulla questione del voto, fondamentali furono poi le parole di papa Pio XII che diede in un certo senso la sua ‘benedizione’ dopo che per lungo tempo la Chiesa di Roma aveva visto con terrore la possibilità che le donne andassero a votare. “All’inizio del secolo – spiega la professoressa Fiorino – alcune esponenti del mondo cattolico, pochissime in verità, si espressero a favore del suffragio amministrativo, poi giunse il sì di don Luigi Sturzo nel 1917, quindi nel 1945 quello di Pio XII: perché si difendesse la famiglia e l’ordine tradizionale, naturalmente”. Ad opporsi al suffragio femminile, ricorda la storica, furono piuttosto altri partiti: “In sintesi direi che furono tiepidi gli azionisti, i liberali e i repubblicani. I partiti di ispirazione liberale, in parte, sottolinearono lo scarso livello culturale delle donne e i limiti della loro coscienza politica”.