Ci sono voluti quattro anni perché il Tesoro emanasse il decreto attuativo. Poi, nel giugno 2015, la Banca d’Italia ha emanato finalmente le norme per l’iscrizione all’elenco degli operatori di microcredito. Da allora però nulla o quasi è cambiato nel settore dei piccoli finanziamenti destinati a chi non è in grado di fornire le garanzie richieste dalle banche. L’albo tenuto da via Nazionale e previsto fin dal 2000 dal Testo unico bancario (Tub) è ancora desolatamente vuoto, nonostante siano scaduti i nove mesi concessi alle società già costituite per fare domanda. A ilfattoquotidiano.it risulta in realtà che una decina di richieste di ammissione, ancora sub iudice, siano state presentate. Ma arrivano da operatori che si appoggiano a banche o fondi rotativi messi a disposizione da enti pubblici. I paletti fissati dal decreto dell’ottobre 2014 sono troppo stretti per consentire a chi li rispetta di reggersi sulle sue gambe. L’hanno messo per iscritto anche due funzionari della stessa Bankitalia, Riccardo Basso e Diana Capone, che in un capitolo del libro La complessa identità del microcredito, commentando la nuova regolamentazione, avvertono: “Il rischio è che l’attività degli operatori del settore non sia sostenibile nel lungo termine e che lacci e lacciuoli imposti all’iniziativa imprenditoriale ne frenino eccessivamente la redditività e scoraggino l’accesso di attori seri intenzionati a operare in modo imprenditoriale”.

“A queste condizioni può iscriversi solo chi fa leva su lavoro volontario” – “La legge italiana è molto dettagliata e nasce con uno spirito propositivo, ma di fatto non permette agli operatori del microcredito di lavorare in modo sostenibile dal punto di vista economico”, spiega Andrea Limone, amministratore delegato di Permicro, la prima società italiana del settore con oltre 50 milioni di prestiti erogati, iscritta all’albo degli intermediari finanziari. “Il decreto del 2014, che ha attuato il nuovo articolo 111 del Tub, prevede eccessive limitazioni sui tassi di interesse, sulla percentuale di finanziamenti da erogare alle famiglie rispetto a quelli dati alle imprese e sulle caratteristiche delle aziende beneficiarie, che per esempio devono essere nate da meno di cinque anni. Con queste regole e senza incentivi, iscriversi al nuovo elenco per noi è improponibile. Potranno farlo solo gli enti che svolgono l’attività non in un’ottica di sostenibilità, ma con un’impostazione “caritatevole”, facendo leva sul lavoro volontario e sul supporto di fondazioni e banche locali e accontentandosi di livelli di restituzione bassi”.

Funziona proprio così, per esempio, uno degli operatori che hanno presentato istanza a Bankitalia: Microcredito di solidarietà, creatura del Monte dei Paschi di Siena e di cui sono soci anche Comune e amministrazione provinciale del capoluogo toscano. La società offre prestiti a tassi del 2%, sotto quelli di mercato, e “basa l’analisi del merito creditizio più sul profilo etico del richiedente che patrimoniali e reddituali”. “Possiamo offrire tassi così bassi perché non abbiamo costi del personale”, conferma il direttore generale Pier Luigi Millozzi. “Utilizziamo personale distaccato da Mps e dagli altri soci o volontari”.

elenchi vigilanza

Vietati i tassi a doppia cifra. “Ma i nostri costi sono più alti di quelli delle banche” – Per quanto riguarda gli interessi, il regolamento di via XX Settembre impone che il Tasso effettivo globale (indicatore del costo complessivo del prestito) non superi quello medio applicato sui prestiti della stessa tipologia, che viene rilevato ogni tre mesi dal Tesoro, moltiplicato per 0,8. Vale a dire che nel corso di questo trimestre, visto che l’asticella per i crediti personali è all’11,3%, i microprestiti alle famiglie vanno concessi a tassi non più alti del 9 per cento. “Ma la nostra attività comprende appunto anche molti servizi aggiuntivi, per cui è ben più complessa e costosa di quella di un normale intermediario. E questi costi vanno spalmati su un portafoglio più piccolo“, continua Limone. “In più è rischiosa, perché i tassi di insolvenza sono un po’ più alti. Per questo i Taeg sui finanziamenti alle famiglie sono di norma a doppia cifra, intorno all’11-12%, in linea con quelli dei prestiti personali. Sotto questo livello andremmo in rosso: abbiamo calcolato che adeguandoci ai paletti previsti dalla disciplina sul microcredito dovremmo ripianare 500mila euro ogni anno. Anche perché il decreto impone anche di dare almeno il 51% dei prestiti alle aziende, mentre il nostro portafoglio è fatto per il 60% da famiglie e solo per il 40% da imprese, che richiedono più lavoro (assistenza alla redazione del business plan, monitoraggio dell’attività)“. Permicro, di cui sono azionisti Bnl, la società di investimenti sociali Oltre Venture, Fondazione Paideia, European investment fund e Fondazione sviluppo e crescita, punta a raggiungere quest’anno il pareggio di bilancio dopo aver progressivamente ridotto le perdite dagli 1,4 milioni del 2011 ai 50-80mila euro di rosso previsti nel 2015 (il bilancio deve ancora essere chiuso).

L’obbligo di fornire assistenza e formazione – Oltre all’asticella sui tassi c’è l’obbligo di fornire a chi riceve il prestito “servizi ausiliari di assistenza e monitoraggio”: gli enti di microcredito devono garantirne almeno due su una lista di sei, dal “supporto alla definizione della strategia di sviluppo del progetto finanziato” alla “formazione sulle tecniche di amministrazione dell’impresa”, passando per il “supporto alla soluzione di problemi legali, fiscali e amministrativi” e “alla definizione del percorso di inserimento nel mercato del lavoro” nel caso in cui il finanziamento sia per pagare un corso o un master. Unica alternativa, affidare questi stessi servizi a un’azienda terza, pagando.

Ente nazionale microcredito: “Intervenga Cdp per capitalizzare gli operatori” – Secondo Mario La Torre, docente di Economia dei mercati finanziari a La Sapienza e consigliere di amministrazione dell’Ente nazionale per il microcredito, “per mettere in pratica la legge ci sono solo due strade: o le organizzazioni che finora hanno fatto microcredito “in piccolo” e in modo non professionale si dotano di una struttura finanziaria molto più solida, magari con un intervento di Cassa depositi e prestiti nel capitale, o le attuali società di credito al consumo si riconvertono al microcredito, attrezzandosi per dare i servizi ausiliari che sono un requisito obbligatorio. Per questo stiamo lavorando con l’Abi per creare un albo di operatori certificati in grado di fornirli”.