Piccoli prestiti fino a 25mila euro destinati ai cosiddetti “non bancabili”. Cioè le persone che, non essendo in grado di offrire garanzie, non riescono a ottenere soldi dagli istituti di credito e non hanno quindi la possibilità di avviare un’attività in proprio o far fronte a esigenze di liquidità legate alla vita di tutti i giorni. E’ il microcredito, che l’immaginario lega ai Paesi in via di sviluppo (l’operatore più noto è la Grameen Bank di Muhammad Yunus, basata in Bangladesh) ma sta crescendo anche in Europa. E in Italia, dove il centro studi Cespi stima che tra residenti e immigrati i “non bancabili” siano il 25% della popolazione? Gli ultimi dati ufficiali, relativi al 2012, dicono che sono stati distribuiti 7.100 microprestiti per un totale di 63 milioni. A tassi di interesse che mediamente sono più bassi di quelli di mercato ma in alcuni casi, tenendo conto delle spese, superano quelli medi richiesti per i prestiti personali. Una variabilità che testimonia come il settore sia ancora un Far West. Una legge c’è, e risale addirittura al 2010, ma in assenza dei decreti attuativi ognuno è libero di decidere condizioni e modalità di intervento. Il risultato, viste le premesse, è paradossale: in pratica dietro tutti gli operatori specializzati e i progetti messi in campo da fondazioni, onlus ed enti religiosi ci sono una o più banche. Le stesse che, allo sportello, un prestito a persone non in grado di fornire garanzie non lo concederebbero mai.

Tre società dominano il mercato – Lasciando da parte Banca Etica, che eroga anche microprestiti in collaborazione con Caritas, enti locali e soggetti del terzo settore ma è un istituto di credito a tutti gli effetti, il mercato nazionale è dominato da tre società, tutte iscritte all’albo degli intermediari finanziari tenuto dalla Banca d’Italia: la torinese Permicro, la padovana Microcredito per l’Italia e la senese Microcredito di solidarietàPermicro, fondata dalla società di investimenti sociali Oltre venture e da Fondazione Paideia, è di gran lunga la prima per erogazioni: 7mila microcrediti per 41,8 milioni complessivi dall’avvio delle attività (nel 2007), di cui 11 quest’anno. “Circa un terzo sono andati a imprese e due terzi a famiglie”, racconta l’amministratore delegato Andrea Limone. “Le prime possono chiedere fino a 25mila euro, mentre per i privati il massimo è 10mila”. Soldi che arrivano dalle banche partner, a partire da Bnl che dal 2011 ha il 24% del capitale di Permicro. Al beneficiario non è richiesto di presentare buste paga o dimostrare la proprietà di beni, ma deve avere dei “garanti morali”. “Di solito si tratta di una rete sociale, come una parrocchia, una comunità etnica o un’associazione territoriale, che ne attesta l’affidabilità in una lettera di patronage”. Il requisito per i prestiti alle aziende, per lo più ditte individuali e snc, è che siano destinati all’avvio o allo sviluppo dell’attività e non “a pagare debiti”. Nel caso delle famiglie, i finanziamenti sono per la formazione, la salute o la casa. La selezione dei beneficiari è severa, a giudicare dai dati: solo il 17% delle imprese che contattano Permicro riceve il finanziamento, mentre la percentuale sale al 51% per le famiglie. 

Sono invece Banco Popolare, Bper, Unipol Banca, Banca Etica e diverse banche di credito cooperativo i partner di Microcredito per l’Italia, nata nel 2012 come evoluzione di un’iniziativa post terremoto partita all’Aquila su impulso della Protezione civile e operativa, oltre che in Abruzzo, in Emilia, Lombardia e Veneto, colpite dal terremoto del 2012. La società riceve finanziamenti anche dai soci Etimos foundation e fondazione Un raggio di luce e ha incassato 5 milioni (da restituire nel 2019) da Renzo Rosso, fondatore di Diesel. Di fatto, comunque, Microcredito per l’Italia si limita a selezionare i beneficiari e fare da garante, mentre sono gli istituti a erogare effettivamente i prestiti. Finora le operazioni sono state 1.029 per un totale di 25 milioni di euro, di cui 23,5 a imprese. Microcredito di solidarietà, infine, è una creatura di Monte dei Paschi di Siena (che ha il 40% del capitale), Comune e Provincia. Le erogazioni arrivano al massimo a 7.500 euro e, dopo aver toccato il livello massimo di poco più di 1 milione nel 2010, a partire dall’anno dopo sono calate drasticamente, in parallelo con le richieste. Una tendenza che il bilancio 2013, chiuso con un erogato di 505mila euro e un mini utile di 5.500, attribuisce alla “sfiducia che si è insinuata nei potenziali clienti, molti dei quali non presentano domande temendo di non essere in grado di restituire quanto ricevuto”.

I tassi di interesse – Microcredito per l’Italia dichiara un tasso effettivo globale (Taeg, l’indicatore del costo complessivo del prestito) medio del 5% per le microimprese (ammontare massimo 50mila euro) e del 6,5% per i privati (massimo 10mila euro), mentre Microcredito di solidarietà chiede un tasso nominale del 2% più il costo dei bolli e non applica commissioni. Permicro, invece, applica un tasso nominale intorno al 9,5%, ma – dice Limone – “le spese di istruttoria portano il taeg al 13,5-14,5%, tassi di mercato nel settore dei prestiti personali”. Ben più alti, però, di quelli applicati dalle banche. “Sì, perché ci assumiamo rischi maggiori (quello di insolvenza sul prestito è del 5%) e la nostra attività è più complessa”, è la spiegazione di Limone. “Ai microimprenditori offriamo accompagnamento e sostegno, ne seguiamo l’attività passo passo e li aiutiamo a rispettare il business plan”. Secondo l’ad di Permicro, in quest’ottica “il tasso di interesse è l’ultima delle cose rilevanti. E le esperienze internazionali lo confermano: in Inghilterra i tassi arrivano al 30%”. Tassi sotto il 5%, sostiene Limone, “non hanno logica economica, perché non si coprono i costi. Chi fa microcredito a quelle condizioni, come i progetti regionali a fondo perduto o quelli che vivono grazie a donazioni, segue logiche diverse. Noi abbiamo 47 dipendenti e un approccio di mercato: i nostri sono clienti, non ‘beneficiari’”. Un approccio che per ora non genera utili: il bilancio 2013 era in rosso per 840mila euro.

Oltre cento progetti, ma solo quattro nazionali – Quanto al resto del panorama, le iniziative locali sono moltissime. Il monitoraggio più completo l’ha fatto l’Ente nazionale per il microcredito, creato nel 2011 dal governo Berlusconi con l’obiettivo di “promuovere la conoscenza” dello strumento, ma soppresso l’anno dopo dalla spending review di Mario Monti e poi riesumato dalle Camere in sede di conversione del decreto. Nel suo ultimo rapporto, su dati relativi al 2012, ha censito 106 progetti, di cui però solo quattro di respiro nazionale. Nel frattempo alcuni si sono esauriti: per esempio il “Prestito della speranza”, partito nel 2009 in base a un accordo tra l’Associazione banche italiane e la Cei, dallo scorso marzo non è più disponibile. Peraltro non si può dire che sia stato un successo, visto che in cinque anni sono stati concessi dalle banche aderenti nemmeno 4mila finanziamenti, contro un obiettivo di 30mila.